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EMERGENZA COVID 19 – CLINICA SAN MAURIZIO

EMERGENZA COVID 19 – CLINICA SAN MAURIZIO

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La clinica San Maurizio, rispettando il Dpcm 11 marzo 2020, effettua SOLO PRESTAZIONI DI COMPROVATA URGENZA fino a data da destinarsi.

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Animali ed allergia

Animali ed allergia

La dermatite atopica è una malattia cutanea infiammatoria e pruriginosa in cui le caratteristiche cliniche sono comunemente associate alla presenza di IgE (un tipo di anticorpi) dirette contro gli allergeni ambientali.

Gli allergeni associati con maggiore frequenza a reazioni allergiche o di ipersensibilità sono pollini, acari ambientali, alimenti, farmaci e altri composti chimici che possono agire da allergeni.

Le vie attraverso le quali un animale entra in contatto con tali agenti sono quella transcutanea, digestiva e inalatoria.

Nel caso della dermatite atopica esiste una predisposizione genetica verso la malattia ed è necessario un contatto ripetuto con gli allergeni coinvolti.

Quali sono i sintomi più comuni?

Senza dubbio, il sintomo più caratteristico è il prurito intenso. In secondo luogo, l’animale presenta lesioni, infezioni secondarie o perdita di pelo.

Le lesioni possono comparire su viso, parte ventrale del collo, ascelle, inguine, addome e superfici dorsali e ventrali delle zampe. In molti casi, l’otite esterna può essere l’unico segno clinico evidente.

Quali sono le allergie più comuni note?

  • Dermatite allergica da pulci (DAP):
    è l’allergia più comune nei cani. Il problema può essere risolto solo mediante un controllo rigoroso delle pulci, sia sull’animale che nell’ambiente in cui vive.
  • Dermatite atopica:
    con questo nome si designa l’allergia causata da allergeni ambientali, come pollini o acari. La dermatite atopica del cane (DAC) è una sindrome complessa e multifattoriale, in cui la genetica dell’individuo e il suo rapporto con gli allergeni coinvolti rivestono un ruolo fondamentale.
    La sintomatologia compare generalmente tra i 6 mesi e i 3 anni di vita. Solitamente gli animali colpiti presentano prurito su viso, parte ventrale del collo, ascelle, inguine, addome e superficie dorsale e ventrale degli arti distali. In molti casi, l’otite esterna può esserne l’unico segno clinico.
  • Allergia alimentare (reazione avversa all’alimento):
    alcuni componenti della dieta alimentare possono essere la causa della condizione allergica del paziente, nel quale si possono osservare segni digestivi concomitanti. L’eliminazione dalla dieta dell’alimento o dell’ingrediente dannoso è l’unico modo per evitare i sintomi.

 

ALLERGIA AGLI ACARI

Gli acari sono piccoli artropodi della famiglia dalla zecca e del ragno di dimensioni inferiori a 0,3 mm. In particolare, gli acari responsabili del maggior numero di allergie sono quelli della polvere (Dermatophagus pteronyssinus e Dermatophagoides farinae) e quelli delle derrate alimentari (Tyrophagus putrescentiae, Lepidoglyphus destructor e Acarus siro).

Acari della polvere

Gli acari della polvere prendono il nome dalla loro fonte di cibo preferita: le squame cutanee (“dermato” = “pelle” e “phagos” = “mangiare”, da cui “mangiatori di pelle”). Le condizioni del loro habitat sono di solito temperatura pari a 20ºC e umidità relativa superiore al 70%. Si trovano in cuscini, materassi e tappeti domestici. La concentrazione nelle case di acari della polvere aumenta durante i periodi di cambio di stagione (primavera, autunno) caratterizzati da precipitazioni e temperature miti, e di solito diminuisce durante l’estate (clima secco e caldo) e l’inverno (clima freddo e secco). Gli allergeni degli acari più frequentemente responsabili di allergie si trovano sia nel loro corpo che nelle loro feci.

Acari delle derrate alimentari

Gli acari delle derrate alimentari si trovano molto comunemente negli alimenti secchi conservati (mangimi secchi, cereali, legumi, semi, frutta) e, soprattutto, negli alimenti ricchi di grassi e proteine. All’interno delle case è possibile trovarli soprattutto in cucina e in bagno, in quanto traggono beneficio dall’umidità.

Consigli per ridurre l’esposizione domestica agli acari

  • Eliminare dalla casa tappeti o moquette, soprattutto dalla cuccia dell’animale, o utilizzare tappeti lavabili di piccole dimensioni.
  • Sostituire con materiali sintetici il materiale della cuccia se contiene lana, cotone, crine o piume.
  • Lavare la biancheria della cuccia dell’animale con acqua calda (>60ºC) ogni 15 giorni.
  • Areare la casa ogni giorno e passare almeno una volta alla settimana l’aspirapolvere nella zona in cui dorme l’animale.
  • Nella routine di pulizia quotidiana della casa è possibile aggiungere un ectoparassiticida nel sacchetto dell’aspirapolvere. Utilizzare l’aspirapolvere quando l’animale non è presente.
  • Utilizzare prodotti acaricidi ogni 3 mesi nei luoghi della casa accessibili all’animale.
  • Tenere il cibo fresco e asciutto, lontano da zone umide, ed evitare l’ingresso di acqua nel piatto dell’animale.
  • Evitare la contaminazione del mangime secco con acari delle derrate alimentari sostituendo frequentemente i sacchi di mangime ed esponendoli il meno possibile ad umidità elevata.
  • Fare il bagno all’animale, in quanto ciò aiuta ad eliminare gli allergeni depositati sulla pelle.

È importante ricordare che queste misure possono contribuire a ridurre l’esposizione agli acari. Tuttavia, la loro completa eliminazione dall’ambiente è praticamente impossibile.

ALLERGIA AI POLLINI NEGLI ANIMALI

Polline delle graminacee

Le graminacee sono una famiglia molto numerosa di piante che crescono non solo su praterie e pascoli, ma anche in aree detritiche, su suoli coltivati o abbandonati o lungo il ciglio della strada; vale a dire, quasi ovunque, dal livello del mare alle zone montuose. Le graminacee si trovano generalmente in qualsiasi giardino e sono responsabili della maggior parte delle allergie polliniche.

Sebbene la massima impollinazione avvenga nei mesi di aprile, maggio e giugno, nel nostro paese è possibile rilevare i pollini delle graminacee 10 mesi all’anno. Esiste una notevole correlazione tra il clima e l’impollinazione delle graminacee. Infatti, se le piogge sono abbondanti, la concentrazione di polline in primavera è maggiore.

Polline delle erbe infestanti

Le erbe infestanti, o erbacce, sono un tipo di piante che crescono su banchi di sabbia, in pianura, lungo il ciglio della strada e sul bordo di campi coltivati. La massima impollinazione della maggior parte delle piante appartenenti a questo gruppo avviene in estate, benché ci siano eccezioni; la parietaria, ad esempio, oltre ad essere la specie responsabile della maggior parte delle allergie, ha un lungo periodo di impollinazione (da marzo a ottobre).

Polline degli alberi

Generalmente il periodo di impollinazione degli alberi è breve, pertanto i pazienti presentano di solito manifestazioni cliniche solo per brevi periodi di tempo.

L’impollinazione avviene prima, durante o subito dopo la comparsa delle foglie, per cui nei climi temperati l’impollinazione termina quasi alla fine della primavera, quando gli alberi sono pieni di foglie. Tra gli alberi con i pollini più allergenici spiccano l’olivo e il salice.

 

Raccomandazioni per ridurre l’esposizione ai pollini

  • Durante la stagione dell’impollinazione, evitare di portare l’animale domestico in aree con abbondante vegetazione, soprattutto nelle prime e ultime ore del giorno.
  • Areare la casa durante le ore centrali del giorno o di sera.
  • Evitare situazioni di elevata esposizione ai pollini, come falciare il prato in presenza dell’animale. Evitare di accedere a luoghi con sovraccarichi di polline, come i fienili.
  • Quando si viaggia in auto, tenere chiusi i finestrini.
  • Evitare di fare giri in campagna e attraversare parchi e aree verdi nei periodi di maggiore esposizione, soprattutto nelle giornate secche, calde e molto ventose.
  • Fare il bagno all’animale, in quanto ciò aiuta ad eliminare gli allergeni depositati sulla pelle.

REAZIONI AVVERSE AGLI ALIMENTI NEGLI ANIMALI

Le reazioni di intolleranza alimentare comprendono qualsiasi risposta anomala non immunologica a un alimento e includono tossicità, reazioni idiosincratiche, reazioni farmacologiche e reazioni metaboliche. La dermatite allergica indotta da alimenti (DAIA) è definita come una reazione immunitaria esagerata e anomala ad un alimento, indipendente dall’effetto fisiologico dei suoi componenti.

La difficoltà di differenziare le reazioni puramente allergiche dalle reazioni di intolleranza alimentare porta ad inglobare tutte queste reazioni sotto il nome comune di “reazioni avverse agli alimenti”. Le reazioni avverse agli alimenti sono di origine non immunologica. La maggior parte dei cani e gatti con DAIA presentano manifestazioni cutanee accompagnate o meno da segni digestivi, sebbene la via d’ingresso dell’allergene sia quella intestinale. Non è molto chiaro perché alcuni cani e gatti presentino segni cutanei, altri segni gastrointestinali e altri una combinazione di entrambi. Esistono diverse ipotesi al riguardo.

Segni clinici

La dermatite allergica indotta da alimenti (DAIA) è l’allergia con la manifestazione più precoce. Infatti, nel 48% degli animali i segni clinici insorgono prima dell’anno di età. I segni clinici della DAIA sono prurito non stagionale e lesioni associate alla gravità del prurito o allo sviluppo di frequenti infezioni secondarie. La presenza di prurito nelle orecchie e nell’area perianale è molto caratteristica della DAIA, e nei pastori tedeschi è stata osservata una correlazione significativa tra la DAIA e la presenza concomitante di otite e fistole perianali. La prevalenza dell’otite durante il decorso della DAIA è molto elevata, con comparsa in fino all’80% dei casi, nel 24% dei quali essa può essere l’unica manifestazione clinica. Il quadro clinico di un’allergia alimentare può essere molto simile a quello di una dermatite atopica, in quanto tale patologia presenta gli stessi segni clinici e interessa le stesse aree (viso, padiglioni auricolari, ascelle, area inguinale e addome), rendendo impossibile distinguere tra le due condizioni in base alla sintomatologia clinica dell’animale. D’altro canto, è stato dimostrato che esiste una correlazione significativa tra le due condizioni; infatti, secondo i diversi studi condotti, dal 3 al 30% degli animali soffre di entrambe le allergie.

Nel caso dei felini, la presentazione clinica può consistere in prurito non stagionale generalizzato, lesioni del complesso del granuloma eosinofilo, prurito alla testa e al collo, dermatite miliare, alopecia autoindotta, dermatite esfoliativa e, in alcuni casi, angioedema e orticaria.

Diagnosi

L’unico test efficace e valido per la diagnosi delle reazioni avverse agli alimenti è rappresentato da una dieta di eliminazione della durata di 8 settimane con controllo della scomparsa dei segni clinici in tale lasso di tempo. La diagnosi sarà eseguita a seguito della ricomparsa dei segni clinici dopo l’esposizione dell’animale agli alimenti che assumeva in precedenza e alla loro scomparsa a seguito del ritorno alla dieta ipoallergenica.

A livello di analisi di laboratorio, analizzando un campione di sangue è possibile stabilire se l’animale presenta anticorpi contro allergeni di origine animale o vegetale. Occorre però menzionare che l’interpretazione dei test ha un valore più che altro predittivo; i risultati negativi si aggirano intorno all’80%.

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Come viene diagnosticata l’allergia negli animali

La diagnosi della DAC si basa su un corretto protocollo diagnostico nell’ambito del quale devono sempre essere escluse le cause più comuni di prurito nei cani, come l’ectoparassitosi o le infezioni batteriche o fungine.

Purtroppo non è sempre possibile dimostrare la presenza di IgE mirate agli allergeni ambientali.

Analizzando un campione di sangue è possibile stabilire se l’animale presenta anticorpi contro la saliva delle pulci, contro agenti patogeni microscopici come Malassezia o contro allergeni ambientali.

Nel caso dell’allergia alimentare, il modo migliore per escluderla/diagnosticarla è mediante una dieta di esclusione o eliminazione della durata di almeno 8 settimane. Tale dieta dovrebbe basarsi su proteine nuove per l’animale o su alimenti commerciali altamente idrolizzati. I test di allergia alimentare sono utilizzati per stabilire quali alimenti occorre evitare di includere nella dieta di eliminazione.

Da tempo sono disponibili alcuni criteri diagnostici che i medici possono utilizzare per identificare i casi dermatologici suscettibili di essere una DAC. Uno studio di Favrot et al. ha dimostrato che, se vengono applicati 5 degli 8 criteri clinici riportati di seguito, è possibile diagnosticare la DAC con una sensibilità dell’85% e una specificità del 79% e differenziarla da altre malattie associate a prurito ricorrente o cronico.

Criteri di Favrot

Criteri diagnostici per la dermatite atopica del cane (almeno 5 confermati)

  1. Comparsa dei segni prima dei 3 anni di vita
  2. Cane che vive principalmente in ambienti interni
  3. Prurito che risponde ai glucocorticoidi
  4. Prurito sine materia nella fase iniziale (es. prurito primario/senza lesioni)
  5. Interessamento delle zampe anteriori
  6. Interessamento dei padiglioni auricolari
  7. Margini auricolari non interessati
  8. Area dorso-lombare non interessata

È disponibile un trattamento per il controllo dell’allergia?

L’allergia può essere controllata fino a far sì che l’animale non sia sintomatico, vale a dire, che non si gratti. Nel caso delle reazioni avverse a un alimento e dell’allergia al morso di pulce, il trattamento consiste nell’evitare gli allergeni (gli ingredienti coinvolti nel quadro clinico e la presenza di pulci, sia sull’animale che nell’ambiente in cui vive).

Nel caso della dermatite atopica del cane (DAC) è impossibile mantenere uno stretto controllo della presenza degli allergeni ambientali coinvolti, pertanto occorre ricorrere a terapie farmacologiche o all’uso dell’immunoterapia. L’immunoterapia dovrà essere considerata il trattamento di scelta per il controllo della DAC.

Grazie a Letiph.

NOVITA’ 2020: DETRAZIONI VETERINARIE

NOVITA’ 2020: DETRAZIONI VETERINARIE

Dal primo gennaio, in base alla Legge di Bilancio 2020, sono entrate in vigore le nuove norme fiscali per le detrazioni delle spese veterinarie.

Da quest’anno, il tetto di spesa veterinaria sale a 500 euro (precedentemente 387,34 euro).

Tenendo conto dell’abbattimento della franchigia (129,11 euro), il beneficio fiscale effettivo (sotto forma di riduzione dell’Irpef dovuta dal proprietario) sarà di 70 euro contro i 49 consentiti fino ad ora.

Nel tetto dei 500 euro ammessi alla detrazione d’imposta rientrano anche le spese sostenute per l’acquisto di medicinali veterinari.

Beneficiano interamente dello sconto fiscale le persone fisiche il cui reddito complessivo, cioè il reddito al netto della prima casa, non supera i 120mila euro all’anno.

Prima della Legge di Bilancio 2020 non erano previste soglie reddituali per accedere alla detrazione di imposta.

Non essendo considerate “spese sanitarie” dal Testo Unico delle Imposte sui Redditi, le spese veterinarie rimangono a rischio per i proprietari con redditi oltre i 120mila euro. Infatti, la rimodulazione delle detrazioni fiscali (tagli o eliminazione) prevista dal disegno di legge del Governo è stata infatti confermata eccetto che per le “spese sanitarie” ovvero le spese per cure e farmaci alle persone.


Una ulteriore novità è data dalla modalità di pagamento della spesa veterinaria: la detrazione spetta a condizione che l’onere sia sostenuto con POS, versamento bancario o postale oppure mediante altri sistemi di pagamento diversi dal contante.

Sono esclusi dall’obbligo di tracciabilità gli acquisti di medicinali e di dispositivi medici, nonchè le spese sanitarie versate a strutture pubbliche o accreditate al SSN.

La Commissione Bilancio ha invece respinto l’emendamento (a prima firma della sen. Monica Cirinnà PD) che proponeva di riconoscere il beneficio fiscale della detrazione d’imposta a partire da spese veterinarie superiori a 60 euro, ma fino all’importo di 1.060 euro.

Bocciati anche gli emendamenti per ridurre l’IVA sulle cure veterinarie e sul pet food.

La detraibilità delle spese veterinarie è riconosciuta solo per gli animali da compagnia, detenuti senza finalità economica.

Non spetta quindi per le spese veterinarie sostenute per gli animali destinati all’allevamento, alla riproduzione o al consumo alimentare, per gli animali allevati o detenuti nell’esercizio di attività agricole o commerciali.

 

PER INFO:

https://www.anmvioggi.it/rubriche/fisco/68982-detrazioni-veterinarie-in-vigore-le-nuove-norme-fiscali.html?fbclid=IwAR2YDRjXZcB2JGnVyHm-rZyWClAzZk5XXgvYp_BfyPYUhQ7vToVFDXW4l3w

https://www.anmvioggi.it/rubriche/parlamento/68828-detrazioni-veterinarie-via-il-tetto-massimo-si-parte-da-60-euro.html

https://www.anmvioggi.it/in-evidenza/68935-detrazioni-21-euro-in-piu-tracciabili-e-fino-a-120mila-euro.html

http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01141108.pdf

NOVITA’ 2020: MICROCHIP OBBLIGATORIO PER I GATTI IN LOMBARDIA

NOVITA’ 2020: MICROCHIP OBBLIGATORIO PER I GATTI IN LOMBARDIA

Dal primo gennaio è entrato in vigore il Piano Regionale integrato della Sanità Pubblica Veterinaria 2019-2023, che rende obbligatoria l’ applicazione di chip identificativo per i gattini nati, adottati o comprati dopo tale data.

Il provvedimento non è retroattivo: i proprietari di gatti adottati prima di gennaio possono scegliere liberamente se effettuare la procedura.

Il microchip è un minuto dispositivo biocompatibile che si inserisce sottocute, generalmente sfruttando l’anestesia della sterilizzazione; è possibile applicarlo anche senza sedazione se il gatto ha un temperamento tranquillo.

Il costo dell’ operazione è variabile, generalmente intorno ai 40 euro.

 

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Una volta registrato in Anagrafe felina i dati dell’animale sono associati a quelli del proprietario in modo che sia facilmente rintracciabile in caso di ritrovamento del felino.

 

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Finalmente il gatto inizia ad avere i riconoscimenti amministrativi che, speriamo, determinino una drastica riduzione di randagismo e abbandono.

ANCHE IL TUO CANE E’ UN SUPEREROE!

ANCHE IL TUO CANE E’ UN SUPEREROE!

Anche il tuo cane può salvare delle vite attraverso la donazione di sangue!

Se il tuo cane è

  • di indole docile,
  • in buona salute,
  • sottoposto a periodici controlli veterinari,
  • ha tra i 2 e gli 8 anni di età,
  • pesa 25 Kg o più,
  • è vaccinato
  • viene protetto regolarmente nei confronti di endo ed ecto-parassiti e protetto contro artropodi vettori di agenti infettivi (pulci, zecche, flebotomi, zanzare)

è il candidato ideale per diventare UN CANE DONATORE.

La trasfusione di sangue è una procedura che consente il trasferimento di sangue (o componenti o derivati) da un soggetto donatore sano a un soggetto ricevente.

Grazie all’iniziativa di Confido in Brugherio (MB), associazione nata per volontà di un piccolo gruppo di cittadini brugheresi accomunati dall’amore per gli animali, sta nascendo un progetto per la creazione di un registro che riunisca tutti i Veterinari aderenti e tutti i cani donatori per rendere più semplice la disponibilità delle sacche di sangue in caso di necessità.

 

cane donatore

 

La tempestività in caso di emergenza è di vitale importanza e può cambiare il destino dei nostri amici ed anche i cani donatori ne gioverebbero, avendo così un attento e completo monitoraggio della loro salute e del loro benessere.

E per i più piccoli?

Anche i cani che per la loro taglia o età non possono donare possono sostenere attivamente arruolando i loro amici!!

 

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Info: http://www.confidoinbrugherio.it/attivita.html

BAMBINI E ANIMALI: UN’AMICIZIA CHE AIUTA A CRESCERE!

BAMBINI E ANIMALI: UN’AMICIZIA CHE AIUTA A CRESCERE!

Tutti noi conosciamo quanto amore ci può dare un animale domestico, ma non immaginiamo quanto possa essere speciale il rapporto con i nostri bimbi!

 

Moltissime ricerche scientifiche dimostrano che la convivenza con un animale in famiglia favorisce l’integrazione, la responsabilizzazione e la socializzazione nei bambini.

Il bambino relazionandosi con l’animale impara ad evitare comportamenti scorretti che allontanano il loro compagno di vita e a rispettare le sue esigenze, i suoi spazi ed i suoi ritmi.

 

Secondo alcuni studi gli animali sono, inoltre, un vero e proprio toccasana per la salute. I bambini possessori di un animale crescerebbero con ridotti livelli di stress e ansia.

Il rischio di allergie e malattie respiratorie sarebbe decisamente inferiore per i bambini che hanno vissuto con cani e gatti nel primo anno di vita e la presenza di un animale risulta di grande aiuto in caso di autismo con una drastica riduzione delle crisi.

 

E’ fondamentale insegnare ai nostri bambini che cani e gatti non sono dei giocattoli e sensibilizzarli al rispetto dell’ambiente in generale.

Occorre fare in modo che il bambino capisca fin dalla tenera età che l’animale, qualunque esso sia, è un essere vivente e come tale va rispettato: ha fame, sete, freddo e prova le nostre stesse sensazioni, quindi non lo si deve maltrattare in alcun modo.

Per fare questo è necessario utilizzare il giusto mix di dolcezza e fermezza per aiutare il piccolo a capire le conseguenze delle sue azioni verso un altro essere vivente che il più delle volte non sa difendersi.

 

La nostra presenza nella costruzione di questo rapporto speciale è molto importante per evitare incidenti di percorso che possono insorgere se il bambino si comporta in modo troppo irruento e potrebbe provocare una reazione anche spiacevole del suo amico.

Mai lasciare soli bambini piccoli e animali, anche se si è più che certi della docilità di questi ultimi.

 

A questo proposito è bene saper scegliere l’animale giusto per il nostro bambino.

La scelta della taglia e della razza è fondamentale. L’aspetto estetico no: le caratteristiche della razza del cane devono adattarsi in primis allo stile di vita della famiglia.

Per i bambini sono ideali i cani docili ed equilibrati in grado di sopportare l’irruenza, l’affetto prorompente e le urla. Meglio, poi, un cane di taglia media o grande rispetto a uno piccolo, più delicato e fragile rispetto alle manovre affettuose, ma pur sempre maldestre di un bimbo.

Il gatto è un animale indipendente, sornione, coccolone, spesso furbo e fantasioso, agile ma anche pigro: ama dormire, cacciare, appollaiarsi sul divano accanto o sulle ginocchia dei padroni, giocare e dedicarsi alla pulizia quotidiana. È comunque un ottimo compagno di giochi e un buon maestro di vita per i nostri bambini. Le razze meno altezzose e più sempliciotte (come il gatto europeo) sono più adatte alla convivenza con i bambini, perché dimostrano spesso un affetto talmente grande da essere paragonato a quello di un cane.

Il coniglio ed il criceto, invece sono animali molto delicati e, per questo, meno indicati per la convivenza con bambini piccoli.

 

Tra bambini ed animali domestici si instaura quindi un’amicizia profonda fatta di complicità, gioco e tenerezza e che aiuta a crescere!

UNA SPERANZA PER LA FIP!

UNA SPERANZA PER LA FIP!

UNA SPERANZA PER LA FIP!

Un nuovo articolo, da poco pubblicato sulla rivista internazionale Journal of Feline Medine and Surgery, (Pedersen et al; JFMS 2019; Vol 21: 271-281), con la partecipazione del prof. Niels Pedersen, la più eminente autorità in fatto di FIP, riaccende le speranze per i gatti affetti da questa patologia.

 

COS’è LA FIP?

Fip è l’acronimo di peritonite infettiva felina, un’ infezione causata da un coronavirus felino (FCoV) molto comune negli ambienti ad elevata densità di gatti (allevamenti, gattili… ).

Non tutti i gatti infetti sviluppano la FIP, lo stress (adozione, castrazione, trasferimento, soggiorno in pensione) contribuisce in maniera importante a scatenare la malattia.

La FIP è particolarmente odiosa e drammatica in quanto è molto comune nei gattini con meno di un anno di età; i gattini di razza sembrerebbero essere maggiormente colpiti.

Il virus FCoV sopravvive per circa due mesi nell’ambiente secco, ma è rapidamente inattivato da detergenti e disinfettanti.

L’infezione avviene principalmente tramite materiale fecale, è molto rara la trasmissione del virus tramite saliva o durante la gravidanza.

I gatti iniziano ad eliminare il virus entro una settimana dall’infezione e continuano ad eliminarlo per settimane o mesi, a volte per tutta la vita.

La FIP è causata da varianti del FCoV (mutanti) che si riproducono rapidamente nei macrofagi e nei monociti (cellule del sistema immunitario); la carica virale e la risposta immunitaria del gatto determinano l’eventuale comparsa della FIP.

 

Segni clinici di FCoV vs FIP

La maggior parte dei gatti infettati da FCoV è asintomatica o presenta moderata sintomatologia gastroenterica.

In caso di mutazione, la FIP compare, invece, con febbre altalenante, anoressia, perdita di peso, depressione del sensorio.

La FIP può poi svilupparsi in due forme:

  • FORMA ESSUDATIVA (FIP UMIDA): Con polisierosite (ascite, versamento toracico o pericardico) e vasculite.
  • FORMA NON ESSUDATIVA (FIP SECCA): Caratterizzata da lesioni granulomatose in diversi organi (reni, intestino, linfonodi).

Altri segni clinici possono essere:

  • Oculari: Uveite, precipitati cheratici nella camera anteriore dell’occhio, manicotti periva scolari retinici e corioretinite piogranulomatosa.
  • Neurologici: Atassia, nistagmo, convulsioni, alterazioni comportamentali, deficit dei nervi cranici.

 

 Versamento addominale in FIP “umida”

 

Uveite in FIP “secca”

 

Diagnosi

AD OGGI NON SONO DISPONIBILI TEST DI CONFERMA NON INVASIVI PER LA FIP SECCA.

I reperti di laboratorio, da correlare con la sintomatologia clinica, comprendono linfopenia, anemia non rigenerativa, aumento delle proteine totali del siero, iperglobulinemia al tracciato elettroforetico, riduzione del rapporto albumina/globuline, aumento dei titoli anticorpali anti-FCoV.

Non è più disponibile l’analisi dell’ α-1 glicoproteina acida.

Da solo, un elevato titolo anticorpale anti-FCoV NON HA VALORE DIAGNOSTICO!

 

Il versamento indicativo di FIP “umida” mostra positività al test di Rivalta, elevato livello di proteine, ridotto rapporto albumina/globuline, presenza di neutrofili e macrofagi e positività al test FIP Virus RT-PCR (solo presso laboratori specializzati).

I test RT-PCR per il FCoV su campioni di sangue non sono utilizzabili per la diagnosi, perché non è possibile distinguere i virus mutanti che inducono la FIP dai “normali” FCoV.

Infine la presenza di cellule positive per gli antigeni del FCoV (immunofluorescenza, immunoistochimica su campioni bioptici provenienti da piogranulomi o sedimento cellulare del liquido ascitico) identificate presso laboratori specialistici conferma la FIP.

 

Gestione della malattia

Ad oggi la FIP ha una prognosi infausta, il trattamento di supporto ha l’obiettivo di inibire la risposta immunitaria nociva in genere con corticosteroidi.

 

Negli ambienti domestici in cui è deceduto un gatto con FIP, è consigliabile attendere due mesi prima di introdurre un altro gatto. Gli altri gatti dello stesso ambiente sono probabilmente portatori del FCoV.

 

La FIP è un problema nei gatti che vivono in gruppo (allevamenti e gattili) e viene raramente osservata nei gatti che vivono sia in casa che all’aperto.

È possibile ridurre il rischio di contaminazione mediante un’igiene rigorosa e tenendo i gatti in gruppi piccoli e ben adattati, con lettiere in numero sufficiente e frequentemente pulite o ancora con accesso all’aperto.

I gatti che eliminano il FCoV possono essere identificati mediante lo screening con test RT-PCR quantitativo delle feci, sebbene siano necessari diversi campioni (4 campioni nell’arco di 3 settimane).

 

LA NOVITA’

Il Dr Pedersen ha testato un inibitore della replicazione dell’RNA virale, il GS-441524, che precedentemente aveva dimostrato una efficacia in vitro su culture cellulari infettate con il coronavirus della FIP (FIPV), quindi su gatti sperimentalmente infettati con FIPV ad ora su gatti naturalmente affetti da FIP.

In totale, 31 gatti con una diagnosi di FIP (in forma umida o secca) basata su diversi rilievi di laboratorio, ma non sempre con una diagnosi eziologica definitiva, sono stati trattati con il prodotto sperimentale anti-virale. Di questi, 5 sono stati soppressi nei primi giorni del protocollo a causa di un rapido deterioramento delle condizioni.

I restanti 26 gatti hanno mostrato un rapido miglioramento delle condizioni cliniche con la scomparsa dei principali segni e sintomi dell’infezione.

Di questi 26 gatti, 18 hanno completato il ciclo di trattamento, e non hanno mostrato segni di recidiva al momento della pubblicazione dello studio.

Gli altri 8 hanno avuto recidive, che sono state però controllate con un aumento del dosaggio del farmaco. Un gatto è quindi deceduto per cause non legate alla FIP (insufficienza cardiaca dovuta ad una cardiomiopatia ipertrofica) e uno a causa dello sviluppo di una FIP in forma neurologica, refrattaria al trattamento.

Lo studio ha ovviamente dei limiti (ridotto numero di gatti trattati; diagnosi virale/eziologica non sempre disponibile o identificata, ma basata in molti casi su un insieme di rilievi clinici e di laboratorio; durata del follow-up; ecc.), però rappresenta finalmente una concreta speranza per il trattamento di questa infezione, che miete ogni anno migliaia di vittime nella popolazione felina di tutto il mondo!

 

Per approfondimenti:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/30755068/?fbclid=IwAR2JwzK50LToxdXDe5a4lb5qgekkhPue0Ec4ayv_RoWuyWSjx3D46poHjTg

SCOPRIAMO L’IPOTIROIDISMO

SCOPRIAMO L’IPOTIROIDISMO

Anche i nostri amici a quattro zampe possono soffrire di ipotiroidismo.

L’ipotiroidismo è una patologia caratterizzata da una diminuita funzionalità della ghiandola tiroidea, che porta alla diminuzione dei livelli ematici degli ormoni tiroidei triiodotironina (T3) e tiroxina (T4). Gli ormoni tiroidei sono fondamentali per la regolazione del metabolismo dell’organismo.

L’ipotiroidismo colpisce generalmente cani adulti e anziani, anche se in alcune razze (es. dobermann, golden retriever, labrador retriever) può manifestarsi precocemente. E’ un disturbo che colpisce, invece, molto raramente i gatti.

L’ipotiroidismo può essere acquisito oppure congenito.

L’ipotiroidismo congenito è raro nei nostri animali. Alla visita clinica i cuccioli ipotiroidei sono più piccoli (nanismo) poiché lo sviluppo scheletrico è rallentato, possono apparire più stanchi poiché l’attività mentale è anch’essa rallentata e possono presentare aree prive di pelo.

L’ipotiroidismo acquisito è distinto in primario, secondario e terziario, a seconda della localizzazione del disturbo.

Si parla di ipotiroidismo primario nel caso in cui sia la tiroide ad essere affetta da un processo patologico che ne pregiudica la funzionalità; in questo caso le forme più comuni sono le tiroiditi linfocitarie e le atrofie tiroidee.

Le forme secondarie interessano l’ipofisi (la ghiandola che produce la tireotropina o TSH che stimola la tiroide a produrre gli ormoni tiroidei), caratterizzate da una carenza di TSH e quelle terziarie sono caratterizzare da una carenza di TRH (ormone di rilascio della tireotropina, prodotto dall’ipotalamo).

Le forme secondarie sono state raramente descritte e quelle terziarie non sono mai state descritte nel cane.

 

I segni clinici più frequenti sono ottundimento mentale, letargia, aumento del peso (anche se l’appetito rimane normale o addirittura è ridotto), intolleranza al freddo e riluttanza all’ esercizio fisico.

Circa l’80% dei cani ipotiroidei presenta alterazioni dermatologiche quali alopecia, seborrea, ipercheratosi, iperpigmentazione, otiti recidivanti, dermatiti recidivanti.

Meno frequenti sono i disturbi neurologici (quali paralisi laringea, megaesofago, cambiamenti del comportamento), le alterazioni oculari (quali depositi di colesterolo corneale, lipemia della camera anteriore), i disturbi della riproduzione ed i problemi cardiaci.

La malattia ha una progressione piuttosto lenta e le varie problematiche vengono spesso interpretate come conseguenze del normale processo di invecchiamento fisiologico.

 

Prima di effettuare i test per la valutazione della funzione tiroidea è necessario escludere con certezza patologie non tiroidee ed effettuare un’anamnesi farmacologica molto accurata perché le concentrazioni degli ormoni tiroidei e i livelli di tireotropina sono influenzati da numerosi farmaci.

I primi test da effettuare sono un emocromo completo, un profilo biochimico e un esame delle urine.

I risultati di questi esami possono suggerire, anche se non darne la certezza, la presenza di ipotiroidismo. In genere si riscontrano una lieve anemia, un aumento di grado variabile del colesterolo e dei trigliceridi, aumento dei livelli di fruttosamine (anche con glicemia normale).

Gli ormoni che possono essere quantificati nel sangue sono il T4 totale e libero, il T3 totale, il TSH basale.
La misurazione del T4 totale è altamente sensibile ma relativamente specifica. Pertanto, un risultato normale ci consente di escludere con buona sicurezza l’ipotiroidismo mentre un valore più basso del normale potrebbe osservarsi sia nei cani ipotiroidei che nei cani affetti da malattie diverse. Molte malattie non tiroidee possono infatti ridurre la concentrazione di T4 totale.
La misurazione del T4 libero è altamente sensibile e molto specifica; un risultato normale ci consente, quindi, di escludere con buona sicurezza l’ipotiroidismo ed un valore più basso del normale è più facilmente dovuto all’ipotiroidismo. In altre parole, diversamente dal T4 totale, le malattie non tiroidee non tendono a ridurre la concentrazione di T4 libero. Il T4 libero rappresenta il singolo test più accurato per diagnosticare l’ipotiroidismo nel cane.
La misurazione del T3 totale è poco accurata in quanto si osservano valori fluttuanti anche nei cani sani.
La misurazione del TSH è moderatamente sensibile e molto specifica. Molti cani ipotiroidei possono avere il TSH normale.
Il quadro tipico di un cane affetto da ipotiroidismo (primario) è caratterizzato da valori di T4 totale e libero più bassi del normale e di TSH più elevati.
L’esecuzione di ecografie, scintigrafie e biopsie della tiroide e la misurazione degli anticorpi anti-T3, anti-T4 e anti-tireoglobulina possono essere di ulteriore ausilio diagnostico nei casi più complessi. Questi ultimi test, essendo piuttosto costosi, vengono richiesti soltanto se i risultati degli altri test sono considerati inconcludenti.

Un aspetto che complica l’interpretazione dei risultati è che in alcune razze gli intervalli di riferimento di normalità sono diversi da quelli della popolazione canina generale. In particolare è stato segnalato che alcune razze, come i Levrieri, hanno il TT4 molto più basso delle altre razze, pur essendo assolutamente eutiroidei.

 

La terapia dell’ipotiroidismo prevede la somministrazione orale quotidiana di levotiroxina sodica (un analogo sintetico del T4). Il migliore indicatore del successo della terapia è rappresentato dalla risoluzione della sintomatologia clinica e delle alterazioni osservate negli esami del sangue, nonché dalla normalizzazione degli ormoni tiroidei (T4 totale).

Il monitoraggio dei cani ipotiroidei prevede inizialmente controlli ogni 4-8 settimane; successivamente, se il cane ipotiroideo è clinicamente stabile, i controlli sono effettuati ogni 6 mesi.

 

Una volta iniziata la terapia, le condizioni generali del cane migliorano nel giro di un paio di settimane; occorrono invece tempi più lunghi per un miglioramento delle condizioni dermatologiche e neurologiche.

 

La prognosi nella maggior parte dei cani ipotiroidei è buona se la terapia è somministrata correttamente.

La prognosi può essere invece riservata nei cani ipotiroidei non trattati, se la diagnosi è tardiva. I cani non trattati per lungo tempo possono presentare alterazioni importanti con abbattimento, riduzione della temperatura corporea, pressione sistemica e frequenza cardiaca, con mixedema (accumulo di liquidi nel sottocute, soprattutto della testa), fino al coma ed al decesso.

 

E’ importante quindi includere il profilo tiroideo nei check up dei pazienti dai sette anni in su.

Il microchip. Perchè è obbligatorio applicarlo?

Il microchip. Perchè è obbligatorio applicarlo?

L’anagrafe regionale canina è stata istituita fin dagli anni 90.

Inizialmente i nostri animali venivano identificati tramite un tatuaggio, attualmente questa pratica è stata sostituita dall’ applicazione di un microchip.

Il microchip è un semplice dispositivo elettronico di forma cilindrica che non emette nessun tipo di onda, grande pressappoco quanto un chicco di riso, rivestito di materiale biocompatibile, che viene inserito sottocute dal veterinario attraverso una speciale siringa sterile monouso sotto a livello di collo o spalla sinistra.

Risultati immagini per cane microchip

In Italia, è vietato detenere, cedere, vendere o regalare CANI, senza che, questi, siano provvisti di regolare microchip, ai sensi dell’ ordinanza 06.08.2008, G.U. 20.08.2008; tale registrazione deve avvenire entro 15 giorni dall’entrata in possesso dell’animale o entro i primi 2 mesi di vita del cucciolo.

Una volta inserito il microchip l’animale viene iscritto alla banca dati dell’ Ats regionale, ed è fondamentale farsi rilasciare i documenti certificanti questa iscrizione, ogni volta che ci sarà una variazione dei dati rispetto a quanto dichiarato al momento dell’iscrizione è bene avvisare il Veterinario autorizzato per modificare l’anagrafica (cessione, cambio di residenza, di numero telefonico, decesso).

Il microchip è l’unico modo per certificare che l’animale è di nostra proprietà, ed è fondamentale in caso di smarrimento perché è correlato ai nostri dati.

Il microchip è anche obbligatorio per chi vuole viaggiare con il proprio animale all’estero, anche in Europa (è consigliato informarsi qualche mese prima su cosa è richiesto per il viaggio nei vari paesi di destinazione).

Dato che al momento la banca dati è regionale consigliamo a chi dovesse spostarsi temporaneamente fuori regione di applicare anche altri segni di riconoscimento immediati (es. medaglietta), sperando che questo sistema venga aggiornato al più presto.

L’identificazione tramite chip  è un’arma fondamentale per contrastare in maniera efficace l’abbandono e il randagismo canino: se l’animale ha il microchip è possibile risalire più facilmente ai dati del proprietario e questi difficilmente lo abbandonerà, perché, così facendo, rischierebbe una denuncia (che potrà sfociare anche nel penale). A questo proposito ricordiamo che in caso non trovaste il vostro amico è necessaria una denuncia tempestiva alle autorità per evitare una eventuale indagine per abbandono.

Ed i gatti?

Anche per i gatti per potere andare all’Estero è obbligatoria l’iscrizione all’Anagrafe degli Animali d’Affezione: per legge se il vostro gatto deve espatriare deve avere microchip e passaporto europeo (Regolamento 998/2003) rilasciato dai servizi veterinari della Asl competente per territorio.

Anche per i felini ci si sta muovendo per una identificazione obbligatoria che faciliti il ritrovamento dei nostri amici pelosi e la tutela giuridica degli stessi.