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UN INCUBO CHIAMATO GIARDIA!

UN INCUBO CHIAMATO GIARDIA!

La Giardia è un parassita intestinale estremamente diffuso. Può infestare l’intestino sia del cane che del gatto, determinando sintomi più o meno evidenti, anche gravi.

La giardiasi è una parassitosi causata dal flagellato intestinale Giardia duodenalis, protozoo cosmopolita di numerose specie di mammiferi, sia domestici (cane, gatto, ovini, bovini, ecc.) che selvatici. 

La Giardia ha due forme biologiche, il trofozoite, che vive nell’intestino dell’ospite nutrendosi e riproducendosi asessualmente, e la cisti, che viene emessa con le feci dell’ospite ed è necessaria per la trasmissione del parassita.

La trasmissione della Giardia è di tipo oro-fecale, dovuta alle cisti del parassita che, emesse con le feci dell’ospite, rimangono vitali nell’ambiente per lungo tempo, in attesa di essere ingerite da un nuovo ospite. 

Il contagio può avvenire per contatto diretto con un ospite infetto (cisti possono essere presenti sulle mani di una persona o sul pelo di un cane) o con l’ambiente da esso frequentato e contaminato (es. il suolo di un giardino in cui viva un cane infetto), o per ingestione di cisti presenti nelle acque o su alimenti di origine vegetale utilizzati crudi.

Essendo Giardia duodenalis in grado di parassitare numerose specie di mammiferi, la trasmissione zoonotica tra animali ed uomo è possibile. Tuttavia gli animali domestici come cani, gatti e bovini sono spesso parassitati da ceppi specie specifici, non in grado di infettare l’uomo. 

I ceppi umani sono invece tutti zoonotici ed in grado di infettare numerose specie di mammiferi (es. cani, gatti, scimmie, ecc.).

L’infezione da Giardia può essere asintomatica, ma generalmente la parassitosi si manifesta con diarrea intermittente, feci particolarmente maleodoranti con muco, vomito, crampi addominali, gonfiore e flatulenza. 

Nel cane sono frequenti casi di infezioni totalmente asintomatiche.

Un animale parassitato può eliminare ogni giorno con le feci migliaia di cisti di Giardia, in grado di rimanere infettive per mesi se si trovano in un ambiente idoneo, come per esempio un giardino ombroso. Le cisti possono essere presenti anche sul pelo del nostro pet. 

La principale misura preventiva nei confronti di un parassita di questo tipo è l’osservanza delle normali norme igieniche: lavare le mani con frequenza, raccogliere le deiezioni e detergere bene l’area perinatale del nostro animale. 

Nel caso in cui la giardiasi sia stata diagnosticata al nostro animale domestico, queste norme devono essere applicate rigorosamente e bisogna prestare la massima attenzione per limitare la fecalizzazione ambientale raccogliendo le deiezioni e detergendo rigorosamente l’area perianale. 

È fondamentale impedire al cane di mangiare le proprie feci e quelle di altri cani.

E’ raccomandato pulire gli ambienti contaminati dalle feci con prodotti disinfettanti.

Giardia duodenalis è uno dei parassiti più frequentemente diagnosticati nei cani, siano essi padronali o di canile. 

Negli ultimi anni la sua diffusione in quest’ospite sembra essere in aumento, tuttavia si potrebbe trattare di un aumento apparente, legato in realtà ad un’accresciuta attenzione dei veterinari nei confronti di questo parassita. 

L’alta fecalizzazione ambientale tipica dei canili e la coprofagia di alcuni cani favoriscono senz’altro la trasmissione e la diffusione di questo protozoo. 

I cani sono per lo più parassitati da un ceppo specie specifico, ma possono infettarsi anche con i 2 ceppi zoonotici A e B. 

I casi di giardiasi nel gatto sono molto più rari, fondamentalmente grazie all’innata “pulizia” di quest’ospite.

La giardiasi nel cane deve essere sospettata in caso di diarrea, anche intermittente, particolarmente maleodorante. 

La sintomatologia è di solito più grave nei cuccioli ed in generale in quei soggetti il cui sistema immunitario è compromesso (Es. animali debilitati, anziani e in quelli che soffrono di altre patologie concomitanti).

La diagnosi si effettua con un esame a fresco o con un test ELISA su campioni di feci, in grado  di mettere in evidenza gli antigeni presenti in esse.

Esistono dei farmaci specifici, prescrivibili eventualmente dal Medico Veterinario, in grado di debellare l’infestazione. La ricomparsa del parassita è frequente, nonostante il loro utilizzo.

La somministrazione di prebiotici e probiotici per nutrire i microorganismi intestinali è un validissimo supporto terapeutico.

Debellare questo parassita può non essere semplice, a causa della sempre maggior frequenza di ceppi resistenti ai più comuni farmaci. 

In generale, può non essere sufficiente un unico ciclo di trattamento ed è altamente consigliato un controllo post trattamento, per verificare se il parassita sia stato effettivamente eliminato.

Il Sarcoma “Iniezione indotto” del gatto

Il Sarcoma “Iniezione indotto” del gatto

 

I sarcomi iniezione-indotti felini sono neoplasie maligne di origine mesenchimale che insorgono nella sede tipicamente utilizzata per l’esecuzione di iniezioni sottocutanee o intramuscolari.

Sono caratterizzati da un basso potere metastatico ma da una notevole tendenza alla recidiva locale se non asportati con margine laterale e profondo molto ampio.

Una loro caratteristica peculiare è il tempo di latenza anche di mesi o anni  tra l’esecuzione dell’iniezione e lo sviluppo del tumore, seguito però da una rapidità di crescita molto elevata, tanto da raggiungere dimensioni di alcuni centimetri nel giro di poche settimane.

La patologia è stata descritta per la prima volta negli Stati Uniti da due patologi che segnalavano l’aumento dell’incidenza della diagnosi di fibrosarcoma nel gatto da loro riscontrata negli ultimi anni.

Inizialmente tale aumento è stato imputato all’ obbligo di vaccinazione contro la rabbia e alla contemporanea introduzione del vaccino contro la leucemia felina, pertanto questa nuova forma tumorale è diventata universalmente nota come “sarcoma vaccino-indotto”, con grande clamore e preoccupazione.

Al fine di indagare in modo più approfondito sulle cause e stabilire delle linee-guida per l’inoculazione sottocutanea di farmaci nel gatto, nonché per definire la patogenesi e trovare una terapia adeguata e sensibilizzare i veterinari sul problema, nel 1996 si è costituita, sempre negli USA, una task force (Vaccine-Associated Feline Sarcoma Task Force – VAFSTF) composta dai maggiori esperti oncologi veterinari.

In seguito agli studi condotti negli anni successivi si è giunti alla conclusione che non solo i vaccini, ma qualsiasi sostanza inoculata per via sottocutanea o intramuscolare e in grado di indurre una risposta infiammatoria può portare alla formazione del tumore in soggetti predisposti.

Per questo motivo si è deciso di rinominare il tumore “sarcoma iniezione-indotto felino”, denominazione con la quale è ormai riconosciuto.

Il termine “sarcoma” e non fibrosarcoma è legato al fatto che sono numerosi gli istotitpi riconducibili alla stessa patogenesi, sebbene il fibrosarcoma sia la forma più frequente.

EZIOLOGIA E PATOGENESI
Le segnalazioni iniziali di Hendrick e Goldsmith e il successivo lavoro di Kass et al. (1993) avevano imputato l’aumento dei sarcomi e il loro sviluppo in animali mediamente più giovani (media 6-7 anni) rispetto a quanto fino ad allora riportato, alla vaccinazione contro rabbia e leucemia felina, e più probabilmente all’ adiuvante contenuto in tali prodotti.

Inoltre, il rischio di sviluppare il tumore aumentava proporzionalmente al numero di inoculazioni eseguite, passando dal 50% di rischio in più dopo una singola iniezione al 175% in più in seguito a 3 o più inoculazioni nella stessa sede.

L’iniziale incriminazione dell’adiuvante era avvalorata dal ritrovamento sui preparati istologici di materiale amorfo bruno-grigiastro in corrispondenza del centro necrotico della lesione e nei macrofagi che lo circondavano.

Tale sostanza poteva attivare un processo infiammatorio da corpo estraneo che nel tempo e in soggetti predisposti portava alla trasformazione neoplastica.

Attualmente si ritiene che non solo l’idrossido di alluminio impiegato come adiuvante di molti vaccini, ma qualsiasi sostanza in grado di stimolare una risposta infiammatoria cronica possa indurre la formazione del tumore.

Ne sono la prova i sarcomi riscontrati in soggetti mai vaccinati, ma trattati con antibiotici o corticosteroidi a lento rilascio, e di materiale da sutura non riassorbibile.

L’eziologia è comunque multifattoriale, dal momento che lo stimolo infiammatorio da solo, seppur importante, non è sufficiente a determinare la comparsa del tumore, come dimostrato dalla bassa incidenza del SII nella popolazione felina.

Ai fattori fisici si aggiungono quelli genetici, ed anche il sistema immunitario può essere implicato nel processo di trasformazione maligna.

Fattori relativi alla modalità di somministrazione (dimensioni dell’ago, massaggio della parte, manualità nella somministrazione, temperatura del prodotto inoculato, somministrazione sottocutanea o intramuscolare) non sembrano invece influenzare la comparsa del tumore, ad accezione della bassa temperatura della sostanza iniettata.

Anche i liquidi fisiologici quali la soluzione fisiologica non hanno prodotto alcun effetto.

Nessuna correlazione è inoltre stata osservata con la positività per i virus della leucemia o dell’immunodeficienza felina.

Il sarcoma da iniezione nel gatto: cos'è? | Prevenzione e cura | Salute | Magazine

DIAGNOSI
La diagnosi è relativamente semplice e si basa principalmente su segni clinici, raccolta di un’anamnesi accurata e poche indagini strumentali, quali la biopsia ad ago sottile ed eventualmente la biopsia incisionale.

Completano la stadiazione l’esame radiografico del torace o, meglio, la TC del torace e della lesione, mentre l’esame emato-chimico completo e l’esecuzione dei test per FIV e FeLV forniscono indicazioni sullo stato generale dell’animale.

L’età media di insorgenza del tumore è più bassa rispetto a quella di gatti affetti da sarcomi non indotti da iniezione ed è di circa 6-7 anni, con un secondo picco intorno ai 10-11.

Generalmente si assiste ad una crescita improvvisa e rapida della massa, che spesso si trova in regione interscapolare o nelle porzioni laterali del torace o del collo, ma che in soggetti poco trattabili (in cui le iniezioni sono fatte in modo più casuale) può svilupparsi anche nella regione glutea o della groppa. La lesione può apparire come massa ben circoscritta, di consistenza dura o duro-elastica, adesa ai piani profondi, di solito ricoperta di pelo e non dolente né pruriginosa.

In alcuni casi, però, si possono rilevare forme disseminate, granulose, mal definite

L’anamnesi può riportare l’esecuzione di un vaccino o di altra inoculazione avvenuta in media da 1 a 2-3 mesi prima del riscontro del problema, ma in alcuni casi l’ultima inoculazione può risalire anche a parecchi anni prima della visita.

L’esecuzione della biopsia ad ago sottile permette di ottenere la diagnosi di neoplasia mesenchimale nel 50% dei casi, dal momento che si tratta di tumori poco cellulari e spesso cistici, ma anche la descrizione della presenza di un processo infiammatorio con numerosi linfociti e macrofagi non deve escludere completamente la diagnosi di neoplasia.

Importante è quindi la scelta del punto in cui eseguire la biopsia, mentre l’invio al laboratorio del liquido prelevato è inutile.

Nei casi dubbi si può ricorrere alla biopsia incisionale e all’esame istologico.

Sarcoma iniezione-indotto felino (SIIF) - Vetpedia l'Enciclopedia di Medicina Veterinaria

TERAPIA
È ormai riconosciuto che le maggiori possibilità di cura si ottengono con un approccio multimodale alla patologia, in cui l’associazione di chirurgia ad ampia base e radioterapia rappresentano i punti cardine per il controllo locale.

PROGNOSI
Alla luce delle attuali conoscenze la terapia multimodale basata sull’associazione di chirurgia ad ampia base e radioterapia adiuvante o neoadiuvante, con o senza l’ausilio della chemioterapia, è in grado di abbassare il tasso di recidiva locale al 41-44% a 2 anni, mentre il tasso metastatico (prevalentemente al polmone) si aggira attorno al 12-24%.

La sopravvivenza mediana è di 23 mesi, con un tempo mediano libero da malattia di 13-19 mesi.

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PREVENZIONE
Svolge un ruolo importante, vista l’eziologia “iatrogena” del tumore.

Inizialmente le linee guida, al fine di meglio chiarire la reale implicazione dei differenti tipi di inoculazione nello sviluppo della neoplasia, indicarono di somministrare il vaccino contro la Rabbia nell’arto posteriore destro (Right), quello contro la Leucemia felina nell’arto posteriore sinistro (Left) e il normale vaccino polivalente sulla spalla (FVR).

Queste indicazioni hanno in effetti dato i loro frutti, si è osservato, infatti, che a partire da dicembre 1996 il numero di SIIF in aree craniali del corpo è andato progressivamente diminuendo, mentre è aumentata la frequenza nelle aree posteriori.

Nel 2006 la distribuzione del tumore era approssimativamente uguale nei due settori, segno del recepimento delle linee-guida da parte di molti veterinari.

Sempre sulla base di tali riscontri e senza considerare l’influenza di altre sostanze inoculate, si è potuto determinare che il vaccino contro la rabbia era responsabile del 51,7% dei casi di tumore, quello contro la leucemia del 28,6% e quello contro le più comuni forme respiratorie feline: rinotracheite (FVR), Calicivirus (C), panleucopenia (P) e Chlamydia (-C) del 19,7% dei casi.

Questa informazione ribadisce la reale implicazione delle iniezioni nello sviluppo della neoplasia.

Attualmente l’indicazione è quella di eseguire qualsiasi tipo di inoculazione sottocutanea (il tumore si forma anche in seguito ad inoculazione intramuscolare, ma la diagnosi è più tardiva) in regioni facilmente aggredibili chirurgicamente, quali le porzioni laterali dell’addome, lontano dalla colonna vertebrale e dagli arti. In alternativa la porzione più distale possibile dell’arto posteriore può essere utilizzata, tenendo conto, però, che in questo caso l’escissione ad ampia base del tumore prevede l’amputazione dell’arto stesso, sicuramente efficace ma più invalidante rispetto all’asportazione di porzioni di parete addominale.

È in ogni caso sconsigliato vaccinare nuovamente i soggetti che hanno sviluppato il tumore e consigliato di ridurre ai reali casi di necessità la somministrazione per via iniettiva di qualsiasi farmaco.

Infine è compito del veterinario valutare l’opportunità della profilassi vaccinale in base al reale rischio di contagio di ciascun animale.

Anche su questo punto le linee guida, forniscono ottimi parametri di valutazione, così come le informazioni sulla reale durata dell’immunità vaccinale prodotte dall’AVMA.

Linee guida per le vaccinazioni: https://wsava.org/wp-content/uploads/2020/01/WSAVA-Vaccination-Guidelines-2015-Italian.pdf

L’ alimentazione del coniglio da compagnia

L’ alimentazione del coniglio da compagnia

Negli ultimi anni si è assistito a un notevole aumento del numero di conigli da compagnia nelle nostre case, i quali grazie al loro carattere dolce e affabile si prestano bene alla vita in famiglia.

Attenzione però, si tratta di un animale che necessita di una gestione molto impegnativa ed è quindi importante informarsi prima dei suoi numerosi bisogni.

Il coniglio appartiene all’ ordine dei lagomorfi (non è quindi un roditore!), esistono più di sessanta razze, che differiscono tra di loro per forma, dimensione e colore. Sono state selezionate sia razze nane che razze giganti, le più piccole possono pesare da adulte meno di 1 kg, le più grandi possono arrivare a circa 10 kg.

Quando si parla di animali non convenzionali l’obiettivo da raggiungere, per migliorarne la qualità della vita, è quello di ricreare in casa condizioni il più possibile simili a quelle che la specie avrebbe in natura.

A tal fine, una corretta gestione della dieta è fondamentale per ridurre il rischio di insorgenza di malattie e consentire al coniglio di vivere meglio e più a lungo.

Poiché i conigli sono erbivori, la dieta deve essere ricca di piante e di erba di campo. Il coniglio selvatico, infatti, si alimenta di graminacee (Festuca, Brachypodium e Digitaria), di leguminose (erba medica, fieno greco, trifoglio) e di composite (tarassaco, lattuga, radicchio, arnica e camomilla). Durante l’inverno, quando alcuni alimenti non sono disponibili, si alimenta anche di foglie e di cortecce degli alberi.

Questo tipo di alimentazione consente al coniglio di consumare i denti, che sono a crescita continua, prevenendo così problemi di masticazione e di malocclusione dentale.

L’erba, infatti, contiene particelle di minerali di silicio che facilitano il consumo delle superfici dentali. Se vengono somministrati alimenti inadeguati, il consumo dentale non riesce a compensarne la crescita causando alterazioni patologiche della dentatura.

IL FIENO

La dieta del coniglio da compagnia deve essere costituita principalmente da fieno, il quale deve essere fresco e pulito e sempre a disposizione dell’animale.

Il fieno è un alimento indispensabile, che deve essere consumato in quantità illimitata tutti i giorni.
Fieni polverosi devono essere evitati perché possono causare riniti allergiche.
Nel primo anno di vita è consigliato l’utilizzo di fieno di erba medica perché, essendo ricco di calcio, migliora la struttura ossea riducendo il rischio di patologie metaboliche; va dato, invece, con molta moderazione nei conigli adulti e con problemi di calcoli o sabbia vescicale.

Dopo il primo anno è maggiormente indicato fieno “misto”.

Un coniglietto che mangia tanto fieno si tiene “impegnato” perché il fieno richiede molto tempo per essere masticato. Se invece il coniglio trova sempre cibo “morbido” ( es. insalatine, foglioline) lo consumerà velocemente tendendo cosi ad ingrassare ed “annoiarsi”.
Se il coniglio non mangia fieno potrebbe essere dovuto ad un problema di denti o ad una dieta troppo ricca, meglio quindi ridurre gli altri alimenti e provare a cambiare vari tipi di fieno.
Non sostituite il fieno aumentando la verdura, piuttosto (se proprio non mangia il fieno) provate a somministrare (in alternativa al fieno) erba mista di campo.

Il fieno migliore è quello di prato polifita e per cavalli, in quanto è ricco di erbe miste, deve essere verde e profumato, senza muffe o pesticidi.

In commercio troviamo quelli confezionati, ci sono di varie qualità, alcuni arricchiti con erbe e fiori; è bene controllare che non abbiano muffe, saggiare quindi sempre aspetto e odore.

E’ molto conveniente prendere il fieno da un contadino (che non usi prodotti chimici), costa meno ed è più buono e ricco di erbe, l’ideale è il fieno misto per cavalli.

Il fieno va conservato in un ambiente asciutto e non umido, non va mai sigillato in sacchi di plastica, il fieno deve essere contenuto in materiale che permetta una buona “areazione”, vanno benissimo scatoloni di cartone, sacchi in juta e comodissime sono anche le cassapanche in legno.

L’ideale è adagiare il fieno nella lettiera così verrà usato sia come fondo ma sopratutto come cibo..

Ogni giorno il fieno vecchio và eliminato, ed aggiunto quello nuovo perchè il coniglio dopo averlo calpestato non lo mangerà più.

La dieta deve essere completata con alimenti che, per la loro composizione, permettano una masticazione regolare quali erba di campo e verdure crude, principalmente insalate.

L’ERBA

Le erbe miste di campo sono il cibo ottimale e quello che troverebbero in natura; contengono preziosi sali minerali che tengono limati i denti, contengono calcio, vitamine e la fibra per la giusta motilità intestinale.

Un coniglio che si nutre di erbe miste e fieno non avrà problemi di obesità.

Chi ha la possibilità può far brucare il coniglietto in giardino, oppure si può raccogliere l’erba  ed offrirla tutti i giorni al coniglio, l’importante è raccoglierla dove siamo sicuri che non sia stata trattata con antiparassitari, pesticidi, fertilizzanti o altre sostanze chimiche o inquinanti.

Si possono offrire varie tipi di erbe selvatiche, fiori, foglie, rami e germogli.

Le erbe si possono dare appena raccolte o dopo averle fatte seccare, l’importante che non siano in fermentazione perché possono essere molto dannose causando disturbi a stomaco e intestino.
Se il coniglio mangia abbondante erba è indicato diminuire la verdura.

L’erba recisa che avanza dopo poco non è più fresca e quindi bisogna conservarla in un posto arieggiato per evitare che fermenti o che produca muffe e batteri pericolosi.

Esempi di erbe spontanee commestibili: achillea, betulla, camomilla, cicoria, malva, ortica, soncino, tarassaco (fiori e foglie), trifoglio.

Esempi di arbusti commestibili: acacia, acero, carpino, corbezzolo, faggio, frassino, gelso, lillà, melo (far seccare i rami), melograno, nocciolo, olivo, olmo, ontano, pero, salice, sorbo, tiglio.

Piante tossiche da evitare:

Selvatiche: Anemone, Belladonna, Calla, Cicuta, Convolvolo, Croco, Digitale, Linaria, Quercia, Tasso, Ligustro, Tremolo, Morella, Mughetto, Papavero, Patata, Ranuncolo, Sambuco, Veronica, Vitalba.

Da appartamento: Dieffenbachia, Felci, Oleandro (altamente tossico!), Rododendro, Stella di natale.

Legno di conifere: pino, ginepro, abete ecc..

Legno degli agrumi: limone, cedro, arancio, mandarino.

Legno di drupacee: pesco, albicocco, susino, ciliegio.

LA VERDURA

I vegetali sono importantissimi per la buona salute del coniglio perchè ricchi di acqua, fibre, vitamine, calcio e sali minerali.

E’ la giusta alternativa all’erba, per i conigli che vivono in casa e non possono brucare l’erba fresca di campo.
L’insalata deve essere lavata e asciugata con un panno, le parti ammuffite vanno eliminate e deve essere consumata a temperatura ambiente, mai cotta. In assenza di erba fresca di prato, la quantità di insalata da somministrare ogni giorno deve essere circa il 20% del peso del coniglio (Circa 150 gr per kg di peso).

E’ bene però non eccedere con le dosi, perchè non hanno le stesse funzioni dell’erba, le verdure sono molto più ricche di acqua, portano un maggiore riempimento gastrico e saziano il coniglio più velocemente.

E’ importante che la dieta del coniglio sia varia e più naturale possibile. Un pasto, se si vuole, si può dividere in due volte al giorno (mattina e sera) di almeno 3-4 tipi diversi di verdura.

Verdure che si possono somministrare tutti i giorni: Catalogna, indivia belga, finocchio, radicchio, sedano.

Verdure da somministrare con moderazione: alfalfa (erba medica), basilico, bietola erbetta (coste), brassicacee (es. broccoli, cavolfiori, cavoli), cicorie, cime di carota, prezzemolo (attenzione in grandi quantità è tossico), rape, ravanelli, rucola, spinaci, tarassaco, trifoglio, verze. Sono verdure ricche di ossalati di calcio, da evitare se il coniglio ha problemi di calcoli o sabbia vescicale.

Verdure da somministrare in quantità limitata: broccoli, cavoli, cavolfiori, cetrioli, fagiolini verdi o cornetti, lattughe (attenzione in particolare all’iceberg), peperoni (togliere le parti verdi e semini), pomodori (togliere le foglie, piccioli e i fusti sono tossici), verze, zucchine (di solito sono poco apprezzate). Sono verdure che possono causare feci molli, diarrea fermentazione e problemi intestinali.

Verdure da somministrare in quantità molto limitata: asparagi, carciofi (senza spine), cavoletti di Bruxelles, cavolo nero, cavolo rapa, rape, sedano rapa, topinambur.

Erbe aromatiche commestibili (da somministrare in piccole quantità): aneto, anice – Pimpinella anisum, basilico, cerfoglio, coriandolo, dragoncello, erba cipollina, finocchietto, maggiorana, melissa, menta, mirto, origano, rosmarino, salvia, santoreggia, timo.

LA FRUTTA
Frutta e carote dovrebbero essere consumate con moderazione perché, essendo ricche di zucchero, favoriscono obesità e fermentazioni intestinali indesiderate. Possono essere somministrati come premio, in piccole quantità e non più di 1 volta a settimana; attenzione ai semi che sono tossici.

Frutta che può essere somministrata in quantità limitata e con moderazione (una volta alla settimana): ananas, albicocca, arancia, anguria, banana, ciliegie (senza nocciolo), fragole, mandarino, mela (senza semi), melone, mirtilli, pera, pesca, kiwi, uva (senza semi).

La frutta secca (mandorle, noci, pinoli ecc) è un alimento (anche se per il coniglio commestibile) da evitare perchè molto ricco di grassi.

IL PELLET
Si può somministrare del pellet prodotto da aziende specializzate ma sempre con moderazione, perché questo alimento non consente il corretto svolgimento della masticazione ed un uso eccessivo può favorire problematiche dentali.

Non è un alimento completo nè la base dell’alimentazione di un coniglio. Non è indispensabile.

Se un coniglio si nutre di erba, fieno e  verdura non ha necessità di mangiare i mangimi in commercio.

Il pellet solitamente va dato come integrazione a cuccioli in crescita, conigli che per problemi di denti non riescono a mangiare correttamente il fieno e le verdure, conigli sottopeso.

Le dosi per un coniglio sano sono 1 o 2 cucchiai al giorno, non di più perché non è fondamentale nella sua dieta, anche se il coniglio ne è molto goloso, potrebbe portare all’obesità e ad altre patologie, ricordiamoci che in natura il coniglio non mangia il pellet.

I pellet si trovano in vari formati per conigli giovani o adulti o con poco calcio per i conigli con problemi, si trovano anche i pellet per coniglietti con gravi problemi di denti.

Controlliamo che non siano scaduti, evitando come la peste quelli con i semi di girasole, cereali o parti colorate, assicuriamoci che sia composto solo da vegetali, e da almeno il 18% di fibra.

Evitate assolutamente i mangimi con coccidiostatico.

 

 

 

 

 

 

 

ALIMENTI PERICOLOSI

I classici mangimi composti da semi di girasole, legumi, frutta disidrata e fioccati devono essere eliminati dall’ alimentazione del nostro coniglio perché assolutamente dannosi per la sua salute.

L’acqua và lasciata sempre a disposizione, pulita ed a temperatura ambiente. Si può utilizzare una ciotola di ceramica pesante per evitare che il coniglio la rovesci; se si usa l’abbeveratoio a goccia controllare che funzioni bene e che il coniglio riesca a bere.

Cibi pericolosi, da non dare mai: aglio e cipolla, avocado, carne, cioccolato, funghi, legumi (ceci, fagioli, piselli, lenticchie), mais, melanzane, patate (nemmeno la pianta e foglie), peperoncino, pesce, porro, prodotti di origine animale (formaggi), verdure cotte o surgelate, yogurt.

Non dare mai per nessun motivo mangimi con semi, granaglie, cereali e fioccati, mai, carrube o contenenti farmaci (coccidiostatico).
Il mangime di semi e fioccati è da evitare perché danneggia la salute del coniglio (denti, fegato, apparato digestivo).
Queste miscele vendute come mangime, sono alimenti grassi e poveri di calcio che negli anni causano gravi problemi al coniglio sia ai denti che all’intestino (sviluppano batteri pericolosi).

Snack in vendita per conigli, sono pieni di zuccheri e grassi.

Altri cibi da evitare:
cioccolato (tossico), legumi (fagioli, piselli ecc.), patate, aglio, cipolla, pasta, pane, merendine e dolciumi, yogurt e prodotti in generale di origine animale (carne, insaccati, pesce formaggi).

PREMIETTI

Per premiare il nostro coniglio si possono somministrare max 3 uvette (uva passa) al giorno.

cuantos gramos de pasas de uva hay que comer por dia

CIECOTROFI

Il coniglio ingerisce alcune delle feci che produce direttamente dall’ano, è la doppia digestione in cui il coniglio assimila enzimi e nutrienti necessari per il suo benessere.
Questo tipo particolare di feci si chiamano ciecotrofi.

Fisiologia del coniglio | Il Coniglio Di Jerry | NAPOLI

ALIMENTAZIONE FORZATA

Uno dei più grandi pericoli per il nostro coniglio è il blocco intestinale.

E’ fondamentale evitare che il coniglio non si alimenti, per questo quando il coniglio smette di mangiare da solo dobbiamo provvedere noi alimentandolo “forzatamente” con un alimento nutriente, esistono in commercio prodotti specifici come il Critical care (Oxbow) (o analoghi). Il consiglio è quello di averne sempre un po’ in casa.

Per prepararlo si deve sciogliere il prodotto in una ciotolina con acqua a temperatura ambiente fino ad ottenere un composto morbido che non sia troppo liquido o troppo denso. Sistemate su un tavolo un asciugamano e piano piano fate mangiare il coniglio, entrando con il beccuccio al lato della bocca e premendo poche quantità di composto dando il tempo al coniglio di deglutire.

LA DIETA

Se il vostro coniglio è in sovrappeso (consultate un veterinario esperto per esserne sicuri) potrebbe incorrere in patologie gravi come la pododermatite, problemi cardiocircolatori e respiratori.

Prima di tutto va rivista la dieta, quindi eliminare pellet, premi e frutta e dare solo verdure e fieno.

E’ molto utile favorire il movimento, quindi non tenerlo mai in gabbia e stimolarlo con giochini (Es. scatole di cartone).

Nessuna descrizione della foto disponibile.

La corretta alimentazione del coniglio è quindi fondamentale per assicurargli longevità e salute e prendersi cura di loro è il miglior modo per garantirsi tutto il loro amore.

Il mastocitoma nel cane e nel gatto

Il mastocitoma nel cane e nel gatto

Il mastocitoma (MCT) è il tumore più comune della cute del cane e origina dai mastociti, cellule responsabili delle reazioni allergiche e infiammatorie.

I mastociti contengono al loro interno delle sostanze, in particolare l’istamina, che possono essere responsabili di complicanze locali (eritema, prurito, gonfiore) e sistemiche (vomito, diarrea, shock anafilattico).

Il comportamento biologico o grado di malignità di questi tumori è altamente variabile in base alla specie, al sito di insorgenza ed alla presenza di metastasi.

La presentazione clinica di tale tumore è molto variabile.

In alcuni casi, il mastocitoma può presentarsi sotto forma di un singolo nodulo cutaneo o sottocutaneo con la tendenza ad ingrandirsi o a scomparire.

Altre volte è possibile notare sulla cute un’area più o meno estesa ed eritematosa (segno di Darier).

Ancor più difficile è sospettare la presenza di questa patologia quando vi sia il coinvolgimento degli organi interni in assenza di segni clinici.

I MCT possono avere un comportamento benigno, rimanendo invariati nel corso dei mesi/anni, così come un decorso clinico aggressivo a crescita locale e diffusione metastatica rapida.

I siti principali di metastasi sono rappresentati dai linfonodi regionali, seguiti poi da fegato e milza.

Qualsiasi neoformazione sospetta o nuova lesione cutanea che mostra la tendenza alla crescita ed al cambio di forma riscontrata sul nostro animale deve essere sempre indagata mediante visita clinica ed esame citologico.

La citologia del mastocitoma è infatti una tecnica di campionamento non invasiva e priva di effetti collaterali che, la maggior parte delle volte, può condurre rapidamente ad una diagnosi certa.

 

Il mastocitoma nel cane

Sebbene sia in grado di colpire soggetti di qualunque razza od incrocio, in particolare i soggetti di età media di 8-10 anni, esistono razze predisposte, in particolare:

Boxer

Shar-pei

Carlino

Bulldog francese

Bulldog inglese

Labrador

Beagle

Rhodesian ridgeback

Schanauzer

Bull terrier

Boston terrier

Canine Mast Cell Tumours

Il mastocitoma può comparire ovunque sulla superficie corporea, sia in forma singola che in forma multipla disseminata.

Nel cane il mastocitoma rappresenta il 7-25 % dei tumori cutanei.

Le sedi metastatiche più comunemente interessate in questa forma tumorale sono il linfonodo regionale, la milza ed il fegato, per ultimo i polmoni.

La forma viscerale, in questa specie, è quasi sempre conseguenza di disseminazione metastatica a partire da un mastocitoma cutaneo indifferenziato.

Oltre ai segni diretti causati da questa neoplasia, possono essere osservati segni indiretti o meglio conosciuti come paraneoplastici secondari alla presenza del mastocitoma.

Tra questi ricordiamo le ulcere del tratto gastroduodenale  provocate dal rilascio di istamina  e il ritardo della coagulazione a causa del rilascio di eparina da parte dei mastociti.

I pazienti affetti potranno dunque presentare, oltre alla neoplasia macroscopica, anche i seguenti segni clinici:

Vomito

Anoressia

Perdita di peso

Diarrea

Melena

Ulcere diffuse.

 

Il mastocitoma nel gatto:

Nel gatto il mastocitoma può presentarsi in 3 diverse ed importanti forme:

cutaneo

splenico

viscerale.

La forma cutanea nel gatto rappresenta il secondo tumore più frequente riscontrato a questo livello.

Esso può presentarsi come una piccola lesione nodulare chiara ed alopecica con localizzazione più frequente a testa o collo o, più raramente, come lesioni multiple.

Feline Cutaneous Mast Cell Tumors

Il mastocitoma cutaneo in questa specie si divide in due forme separate: una forma mastocitica (ben differenziata e anaplastica) ed una forma istiocitica.

E’ tendenzialmente benigno ma, esistendo, seppur rare delle forme anaplastiche con carattere metastatico, la stadiazione  e la successiva escissione chirurgica è tutt’oggi consigliata come prima scelta.

La forma splenica rappresenta, nel gatto, il tumore più frequentemente riscontrato a livello della milza.

Esso colpisce gatti adulti senza predisposizione di razza.

Gli animali affetti presentano marcata splenomegalia e sintomi aspecifici come anoressia, abbattimento, perdita di peso, ecc.

Il tasso metastatico ai linfonodi ed agli altri organi è piuttosto elevato, motivo per il quale, dopo stadiazione negativa, la terapia d’elezione prevede la splenectomia.

La forma intestinale, infine, rappresenta il terzo tumore più comune nel gatto in questo distretto.

Esso si presenta come una massa nodulare extraluminale più frequentemente a carico del piccolo intestino.

I proprietari spesso riferiscono dimagrimentodiarrea costante e/o intermittente e vomito.

Alla visita clinica, in particolare alla palpazione addominale, viene spesso percepita una massa.

Questa forma tumorale è molto aggressiva ed altamente metastatica ai linfonodi meseraici e fegato ed anche in questo caso la terapia d’elezione, quando possibile, è chirurgica e spesso accompagnata da chemioterapia adiuvante.

 

La diagnosi di mastocitoma

Come già accennato, il mastocitoma può essere diagnosticato mediante esame citologico oppure mediante esame istologico, riservato ad alcune forme particolari.

Una volta diagnosticato, fondamentale per la pianificazione dell’approccio terapeutico è la stadiazione

Per ottenere la stadiazione devono essere associati diversi tipi di indagine:

esami del sangue (emocromo, biochimico, esame urine, striscio e lettura del buffy-coat)

campionamento linfonodale

diagnostica per immagini (esame ecografico dell’addome con campionamento citologico di fegato e milza ed esame radiografico del torace per escludere metastasi a questi distretti.)

 

Approccio terapeutico

La scelta dell’approccio terapeutico può variare moltissimo in base allo stadio clinico.

Laddove possibile, fino al secondo stadio, la chirurgia risulta la prima scelta, accompagnata successivamente o meno da chemioterapia in base al grado istologico.

Nel terzo stadio, in assenza di coinvolgimento metastatico, la scelta potrebbe ricadere sulla radioterapia o sull’elettrochemioterapia.

La chemioterapia è una pratica innovativa che vede l’associazione di impulsi elettrici con la somministrazione di un farmaco chemioterapico con lo scopo di ridurre gli effetti collaterali sistemici legati alla chemioterapia ma anche quello di potenziare gli effetti citotossici e curativi a livello della regione da trattare.

L’elettrochemioterapia è una tecnica rapida, efficace  e poco invasiva.

La chemioterapia rimane comunque una valida alternativa terapeutica, anche in presenza di fattori prognostici negativi, essendo questo tumore altamente chemioresponsivo.

Esiste, inoltre, un medicinale antitumorale veterinario (tigilanolo tiglato) che può essere usato nei cani per trattare mastocitomi che non possono essere rimossi chirurgicamente e che non si sono diffusi in altre parti dell’organismo.

L’ INSUFFICIENZA MITRALICA NEL CANE

L’ INSUFFICIENZA MITRALICA NEL CANE

L’insufficienza mitralica dovuta a degenerazione mixomatosa della valvola mitrale, o degenerazione valvolare cronica è la patologia cardiaca acquisita più comune nei cani.

La valvola mitrale è posta tra l’atrio e il ventricolo sinistro. La malattia è caratterizzata da una progressiva degenerazione che deforma i lembi valvolari, impedendone la normale chiusura (insufficienza valvolare). Questo determina il reflusso di una quota di sangue in atrio sinistro (rigurgito mitralico).

Il soffio cardiaco auscultato durante la visita clinica nei pazienti con insufficienza mitralica non è altro che il rigurgito di questa porzione di sangue in atrio sinistro.

La gravità della patologia dipende dalla gravità delle lesioni valvolari e dal grado di insufficienza che ne deriva.

 

Prolasso della valvola mitrale: sintomi, intervento e conseguenze - Farmaco e Cura

 

Generalmente si presenta come una malattia a lenta progressione pur mantenendo una certa variabilità tra un individuo e l’altro. I cani affetti possono tollerare la malattia per anni.

La malattia si riscontra più comunemente nei cani di taglia piccola e media, come Cavalier King Charles Spaniels, Bassotti, Barboncini in miniatura e Yorkshire Terrier, ma i cani di qualsiasi razza possono essere colpiti.

La causa non è attualmente nota, ma è molto probabile che vi sia una predisposizione genetica e una ereditarietà allo sviluppo delle lesioni valvolari.

La diagnosi di questa patologia può essere confermata da un esame ecografico del cuore.

 

 

Una volta rilevata la malattia, la sua progressione può essere monitorata dai veterinari mediante l’esame clinico, ecografico e radiografico.

La maggior parte dei cani con patologia mitralica non presentano sintomi, ma con il progredire verso le fasi più gravi si può rilevare ridotta tolleranza all’esercizio e debolezza. I cani negli stadi più gravi della malattia possono sviluppare edema polmonare (insufficienza cardiaca congestizia/ scompenso cardiaco). L’edema polmonare è dovuto ad un accumulo di liquidi nel polmone e si manifesta con aumento del respiro o difficoltà respiratoria. I cani con segni di insufficienza cardiaca congestizia acuta sono spesso ansiosi e irrequieti durante la notte e nei casi più gravi assumono una posizione sternale e non riescono a coricarsi. Anche la tosse è un riscontro comune anche se non è un sintomo specifico di insufficienza cardiaca. Alcuni cani possono avere perdita transitoria dello stato di coscienza (sincopi). Quando la malattia è molto avanzata, anche il cuore di destra può andare incontro a scompenso con conseguente distensione dell’addome (dovuta all’accumulo di liquido in addome – ascite).

 

TGVET: Edema Polmonare nel Cane

 

La terapia è variabile a seconda della gravità della patologia e suggerita da linee guida alle quali in cardiologi veterinari si attengono.

Il proprietario può monitorare l’efficacia della terapia monitorando la frequenza respiratoria a riposo (normalmente inferiore ai 30 atti respiratoria al minuto).

Esistono anche delle applicazioni per smartphone che possono essere scaricate gratuitamente sul cellulare e possono aiutare nel monitoraggio della frequenza respiratoria a riposo.

La progressione della malattia può essere monitorata con controlli regolari.

L’insufficienza mitralica è una patologia complessa che prevede l’impostazione di una terapia cronica che sarà sempre in evoluzione. I farmaci e i relativi dosaggi dovranno essere regolarmente valutati con attenzione ed eventualmente adeguati nel tempo dallo specialista in base all’ evoluzione della patologia nel singolo paziente, al fine di aumentarne la sopravvivenza e la qualità di vita.

 

Barkyn • Il mio cane ha difficoltà a respirare: cosa faccio?

Il forasacco: Un nemico subdolo!

Il forasacco: Un nemico subdolo!

La spiga o “forasacco” è l’arista delle graminacee.

Molte specie di graminacee sono presenti non solo in campi e giardini, ma anche nelle aree urbane e diventano un pericolo subdolo per i nostri animali nel periodo primaverile/estivo.

La particolarità e la pericolosità sono dovute alla caratteristica forma appuntita e lanceolata con presenza di propaggini uncinanti ed apertura “ad ombrello”; grazie a queste peculiarità la spiga si “aggrappa” al pelo dei nostri animali ed arriva alla cute attraverso il pelo, dove riesce facilmente a penetrare nel sottocute.

Oltre alla cute il forasacco può penetrare nei condotti auricolari, nelle cavità nasali, nel cavo orale, nelle congiuntive, negli spazi interdigitali, finanche nell’ apparato genitale.

La particolare disposizione delle appendici consente il movimento della spiga in una sola direzione, così essa può procedere, approfondendosi sempre più, fino a raggiungere le regioni del corpo più disparate, creando danni importanti, fino alla morte dell’animale se non estratta.

 

La sintomatologia dipende, ovviamente, dal sito di localizzazione:

Quando l’arista della graminacea penetra nel condotto auricolare, il sintomo immediato è un forte scuotimento della testa accompagnato, talvolta, da sfregamenti dell’orecchio interessato contro oggetti e/o a terra, oppure da tentativi di grattamento con gli arti; in una seconda fase l’animale tende a tenere il capo in posizione inclinata verso il lato dell’orecchio dolente.

Se il forasacco viene inalato, il sintomo principale è caratterizzato da starnuti persistenti ed intensi, ripetuti sfregamenti del muso e, frequentemente, perdita di sangue da una narice.

Purtroppo l’unico modo che il Medico Veterinario ha per escludere o confermare la presenza del corpo estraneo, e quindi rimuoverlo, è quello di eseguire un’ispezione delle narici in anestesia e con uno specifico strumento: il rinoscopio.

Non meno frequenti sono le penetrazioni nel sacco congiuntivale dell’occhio ( più frequenti nei gatti); a volte la spiga può infilarsi proprio nel bulbo dell’occhio, più spesso all’ interno della palpebra.

In questo caso ci sarà una lacrimazione anomala ed il cane avrà la tendenza a grattarsi con insistenza.
L’occhio sarà tenuto chiuso o semichiuso.

Spesso molti forasacchi si localizzano nel pelo a contatto con la cute, specialmente nello spazio interdigitale e in quest’ultimo caso potrebbe presentarsi una zoppia di vario grado o un leccamento ossessivo della parte.

Una menzione a parte merita la localizzazione bronchiale, forse la più temuta: i vegetali, in questo caso, vengono introdotti attraverso il cavo orale e, attraversata la trachea, si incastrano tra le pareti di un bronco. Qui creano una grave infezione delle vie respiratorie fino a causare degli ascessi.
Con il passare del tempo possono addirittura arrivare a bucare il tessuto polmonare e migrare in altri distretti, causando ulteriori infezioni e rendendo difficoltosa la sua rimozione.

Il sintomo classico è la tosse, intensa e persistente.

Durante i periodi a rischio il miglior metodo è quello di evitare che il proprio amico scorrazzi là dove sono presenti le spighe, ma spesso non è possibile, in quanto essendo un’erba infestante, la si trova praticamente ovunque.

Per prevenire danni da forasacchi è buona norma spazzolare immediatamente dopo la passeggiata il nostro animale, concentrandosi soprattutto nella parte inferiore.

E’ utilissimo controllare bene le zampe in mezzo alle dita, procedura che risulta più semplice se il pelo viene tenuto corto in questa parte. Non dimenticare però di ispezionare la regione ascellare, perioculare e genitale.

E’ bene controllare le orecchie, a maggior ragione nei cani con orecchie lunghe e pendule, è possibile acquistare degli specifici “paraorecchi” che limitano la possibilità di penetrazione delle spighe.

Passeggiare con i nostri amici pelosi è bellissimo, ma è importante anche in questi momenti di svago prestare molta attenzione ed una coccola in più al rientro in casa può salvare la vita!

ANCHE IL TUO CANE E’ UN SUPEREROE!

ANCHE IL TUO CANE E’ UN SUPEREROE!

Anche il tuo cane può salvare delle vite attraverso la donazione di sangue!

Se il tuo cane è

  • di indole docile,
  • in buona salute,
  • sottoposto a periodici controlli veterinari,
  • ha tra i 2 e gli 8 anni di età,
  • pesa 25 Kg o più,
  • è vaccinato
  • viene protetto regolarmente nei confronti di endo ed ecto-parassiti e protetto contro artropodi vettori di agenti infettivi (pulci, zecche, flebotomi, zanzare)

è il candidato ideale per diventare UN CANE DONATORE.

La trasfusione di sangue è una procedura che consente il trasferimento di sangue (o componenti o derivati) da un soggetto donatore sano a un soggetto ricevente.

Grazie all’iniziativa di Confido in Brugherio (MB), associazione nata per volontà di un piccolo gruppo di cittadini brugheresi accomunati dall’amore per gli animali, sta nascendo un progetto per la creazione di un registro che riunisca tutti i Veterinari aderenti e tutti i cani donatori per rendere più semplice la disponibilità delle sacche di sangue in caso di necessità.

 

cane donatore

 

La tempestività in caso di emergenza è di vitale importanza e può cambiare il destino dei nostri amici ed anche i cani donatori ne gioverebbero, avendo così un attento e completo monitoraggio della loro salute e del loro benessere.

E per i più piccoli?

Anche i cani che per la loro taglia o età non possono donare possono sostenere attivamente arruolando i loro amici!!

 

Risultati immagini per dog superhero marvel

 

Info: http://www.confidoinbrugherio.it/attivita.html

UNA SPERANZA PER LA FIP!

UNA SPERANZA PER LA FIP!

UNA SPERANZA PER LA FIP!

Un nuovo articolo, da poco pubblicato sulla rivista internazionale Journal of Feline Medine and Surgery, (Pedersen et al; JFMS 2019; Vol 21: 271-281), con la partecipazione del prof. Niels Pedersen, la più eminente autorità in fatto di FIP, riaccende le speranze per i gatti affetti da questa patologia.

 

COS’è LA FIP?

Fip è l’acronimo di peritonite infettiva felina, un’ infezione causata da un coronavirus felino (FCoV) molto comune negli ambienti ad elevata densità di gatti (allevamenti, gattili… ).

Non tutti i gatti infetti sviluppano la FIP, lo stress (adozione, castrazione, trasferimento, soggiorno in pensione) contribuisce in maniera importante a scatenare la malattia.

La FIP è particolarmente odiosa e drammatica in quanto è molto comune nei gattini con meno di un anno di età; i gattini di razza sembrerebbero essere maggiormente colpiti.

Il virus FCoV sopravvive per circa due mesi nell’ambiente secco, ma è rapidamente inattivato da detergenti e disinfettanti.

L’infezione avviene principalmente tramite materiale fecale, è molto rara la trasmissione del virus tramite saliva o durante la gravidanza.

I gatti iniziano ad eliminare il virus entro una settimana dall’infezione e continuano ad eliminarlo per settimane o mesi, a volte per tutta la vita.

La FIP è causata da varianti del FCoV (mutanti) che si riproducono rapidamente nei macrofagi e nei monociti (cellule del sistema immunitario); la carica virale e la risposta immunitaria del gatto determinano l’eventuale comparsa della FIP.

 

Segni clinici di FCoV vs FIP

La maggior parte dei gatti infettati da FCoV è asintomatica o presenta moderata sintomatologia gastroenterica.

In caso di mutazione, la FIP compare, invece, con febbre altalenante, anoressia, perdita di peso, depressione del sensorio.

La FIP può poi svilupparsi in due forme:

  • FORMA ESSUDATIVA (FIP UMIDA): Con polisierosite (ascite, versamento toracico o pericardico) e vasculite.
  • FORMA NON ESSUDATIVA (FIP SECCA): Caratterizzata da lesioni granulomatose in diversi organi (reni, intestino, linfonodi).

Altri segni clinici possono essere:

  • Oculari: Uveite, precipitati cheratici nella camera anteriore dell’occhio, manicotti periva scolari retinici e corioretinite piogranulomatosa.
  • Neurologici: Atassia, nistagmo, convulsioni, alterazioni comportamentali, deficit dei nervi cranici.

 

 Versamento addominale in FIP “umida”

 

Uveite in FIP “secca”

 

Diagnosi

AD OGGI NON SONO DISPONIBILI TEST DI CONFERMA NON INVASIVI PER LA FIP SECCA.

I reperti di laboratorio, da correlare con la sintomatologia clinica, comprendono linfopenia, anemia non rigenerativa, aumento delle proteine totali del siero, iperglobulinemia al tracciato elettroforetico, riduzione del rapporto albumina/globuline, aumento dei titoli anticorpali anti-FCoV.

Non è più disponibile l’analisi dell’ α-1 glicoproteina acida.

Da solo, un elevato titolo anticorpale anti-FCoV NON HA VALORE DIAGNOSTICO!

 

Il versamento indicativo di FIP “umida” mostra positività al test di Rivalta, elevato livello di proteine, ridotto rapporto albumina/globuline, presenza di neutrofili e macrofagi e positività al test FIP Virus RT-PCR (solo presso laboratori specializzati).

I test RT-PCR per il FCoV su campioni di sangue non sono utilizzabili per la diagnosi, perché non è possibile distinguere i virus mutanti che inducono la FIP dai “normali” FCoV.

Infine la presenza di cellule positive per gli antigeni del FCoV (immunofluorescenza, immunoistochimica su campioni bioptici provenienti da piogranulomi o sedimento cellulare del liquido ascitico) identificate presso laboratori specialistici conferma la FIP.

 

Gestione della malattia

Ad oggi la FIP ha una prognosi infausta, il trattamento di supporto ha l’obiettivo di inibire la risposta immunitaria nociva in genere con corticosteroidi.

 

Negli ambienti domestici in cui è deceduto un gatto con FIP, è consigliabile attendere due mesi prima di introdurre un altro gatto. Gli altri gatti dello stesso ambiente sono probabilmente portatori del FCoV.

 

La FIP è un problema nei gatti che vivono in gruppo (allevamenti e gattili) e viene raramente osservata nei gatti che vivono sia in casa che all’aperto.

È possibile ridurre il rischio di contaminazione mediante un’igiene rigorosa e tenendo i gatti in gruppi piccoli e ben adattati, con lettiere in numero sufficiente e frequentemente pulite o ancora con accesso all’aperto.

I gatti che eliminano il FCoV possono essere identificati mediante lo screening con test RT-PCR quantitativo delle feci, sebbene siano necessari diversi campioni (4 campioni nell’arco di 3 settimane).

 

LA NOVITA’

Il Dr Pedersen ha testato un inibitore della replicazione dell’RNA virale, il GS-441524, che precedentemente aveva dimostrato una efficacia in vitro su culture cellulari infettate con il coronavirus della FIP (FIPV), quindi su gatti sperimentalmente infettati con FIPV ad ora su gatti naturalmente affetti da FIP.

In totale, 31 gatti con una diagnosi di FIP (in forma umida o secca) basata su diversi rilievi di laboratorio, ma non sempre con una diagnosi eziologica definitiva, sono stati trattati con il prodotto sperimentale anti-virale. Di questi, 5 sono stati soppressi nei primi giorni del protocollo a causa di un rapido deterioramento delle condizioni.

I restanti 26 gatti hanno mostrato un rapido miglioramento delle condizioni cliniche con la scomparsa dei principali segni e sintomi dell’infezione.

Di questi 26 gatti, 18 hanno completato il ciclo di trattamento, e non hanno mostrato segni di recidiva al momento della pubblicazione dello studio.

Gli altri 8 hanno avuto recidive, che sono state però controllate con un aumento del dosaggio del farmaco. Un gatto è quindi deceduto per cause non legate alla FIP (insufficienza cardiaca dovuta ad una cardiomiopatia ipertrofica) e uno a causa dello sviluppo di una FIP in forma neurologica, refrattaria al trattamento.

Lo studio ha ovviamente dei limiti (ridotto numero di gatti trattati; diagnosi virale/eziologica non sempre disponibile o identificata, ma basata in molti casi su un insieme di rilievi clinici e di laboratorio; durata del follow-up; ecc.), però rappresenta finalmente una concreta speranza per il trattamento di questa infezione, che miete ogni anno migliaia di vittime nella popolazione felina di tutto il mondo!

 

Per approfondimenti:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/30755068/?fbclid=IwAR2JwzK50LToxdXDe5a4lb5qgekkhPue0Ec4ayv_RoWuyWSjx3D46poHjTg

SCOPRIAMO L’IPOTIROIDISMO

SCOPRIAMO L’IPOTIROIDISMO

Anche i nostri amici a quattro zampe possono soffrire di ipotiroidismo.

L’ipotiroidismo è una patologia caratterizzata da una diminuita funzionalità della ghiandola tiroidea, che porta alla diminuzione dei livelli ematici degli ormoni tiroidei triiodotironina (T3) e tiroxina (T4). Gli ormoni tiroidei sono fondamentali per la regolazione del metabolismo dell’organismo.

L’ipotiroidismo colpisce generalmente cani adulti e anziani, anche se in alcune razze (es. dobermann, golden retriever, labrador retriever) può manifestarsi precocemente. E’ un disturbo che colpisce, invece, molto raramente i gatti.

L’ipotiroidismo può essere acquisito oppure congenito.

L’ipotiroidismo congenito è raro nei nostri animali. Alla visita clinica i cuccioli ipotiroidei sono più piccoli (nanismo) poiché lo sviluppo scheletrico è rallentato, possono apparire più stanchi poiché l’attività mentale è anch’essa rallentata e possono presentare aree prive di pelo.

L’ipotiroidismo acquisito è distinto in primario, secondario e terziario, a seconda della localizzazione del disturbo.

Si parla di ipotiroidismo primario nel caso in cui sia la tiroide ad essere affetta da un processo patologico che ne pregiudica la funzionalità; in questo caso le forme più comuni sono le tiroiditi linfocitarie e le atrofie tiroidee.

Le forme secondarie interessano l’ipofisi (la ghiandola che produce la tireotropina o TSH che stimola la tiroide a produrre gli ormoni tiroidei), caratterizzate da una carenza di TSH e quelle terziarie sono caratterizzare da una carenza di TRH (ormone di rilascio della tireotropina, prodotto dall’ipotalamo).

Le forme secondarie sono state raramente descritte e quelle terziarie non sono mai state descritte nel cane.

 

I segni clinici più frequenti sono ottundimento mentale, letargia, aumento del peso (anche se l’appetito rimane normale o addirittura è ridotto), intolleranza al freddo e riluttanza all’ esercizio fisico.

Circa l’80% dei cani ipotiroidei presenta alterazioni dermatologiche quali alopecia, seborrea, ipercheratosi, iperpigmentazione, otiti recidivanti, dermatiti recidivanti.

Meno frequenti sono i disturbi neurologici (quali paralisi laringea, megaesofago, cambiamenti del comportamento), le alterazioni oculari (quali depositi di colesterolo corneale, lipemia della camera anteriore), i disturbi della riproduzione ed i problemi cardiaci.

La malattia ha una progressione piuttosto lenta e le varie problematiche vengono spesso interpretate come conseguenze del normale processo di invecchiamento fisiologico.

 

Prima di effettuare i test per la valutazione della funzione tiroidea è necessario escludere con certezza patologie non tiroidee ed effettuare un’anamnesi farmacologica molto accurata perché le concentrazioni degli ormoni tiroidei e i livelli di tireotropina sono influenzati da numerosi farmaci.

I primi test da effettuare sono un emocromo completo, un profilo biochimico e un esame delle urine.

I risultati di questi esami possono suggerire, anche se non darne la certezza, la presenza di ipotiroidismo. In genere si riscontrano una lieve anemia, un aumento di grado variabile del colesterolo e dei trigliceridi, aumento dei livelli di fruttosamine (anche con glicemia normale).

Gli ormoni che possono essere quantificati nel sangue sono il T4 totale e libero, il T3 totale, il TSH basale.
La misurazione del T4 totale è altamente sensibile ma relativamente specifica. Pertanto, un risultato normale ci consente di escludere con buona sicurezza l’ipotiroidismo mentre un valore più basso del normale potrebbe osservarsi sia nei cani ipotiroidei che nei cani affetti da malattie diverse. Molte malattie non tiroidee possono infatti ridurre la concentrazione di T4 totale.
La misurazione del T4 libero è altamente sensibile e molto specifica; un risultato normale ci consente, quindi, di escludere con buona sicurezza l’ipotiroidismo ed un valore più basso del normale è più facilmente dovuto all’ipotiroidismo. In altre parole, diversamente dal T4 totale, le malattie non tiroidee non tendono a ridurre la concentrazione di T4 libero. Il T4 libero rappresenta il singolo test più accurato per diagnosticare l’ipotiroidismo nel cane.
La misurazione del T3 totale è poco accurata in quanto si osservano valori fluttuanti anche nei cani sani.
La misurazione del TSH è moderatamente sensibile e molto specifica. Molti cani ipotiroidei possono avere il TSH normale.
Il quadro tipico di un cane affetto da ipotiroidismo (primario) è caratterizzato da valori di T4 totale e libero più bassi del normale e di TSH più elevati.
L’esecuzione di ecografie, scintigrafie e biopsie della tiroide e la misurazione degli anticorpi anti-T3, anti-T4 e anti-tireoglobulina possono essere di ulteriore ausilio diagnostico nei casi più complessi. Questi ultimi test, essendo piuttosto costosi, vengono richiesti soltanto se i risultati degli altri test sono considerati inconcludenti.

Un aspetto che complica l’interpretazione dei risultati è che in alcune razze gli intervalli di riferimento di normalità sono diversi da quelli della popolazione canina generale. In particolare è stato segnalato che alcune razze, come i Levrieri, hanno il TT4 molto più basso delle altre razze, pur essendo assolutamente eutiroidei.

 

La terapia dell’ipotiroidismo prevede la somministrazione orale quotidiana di levotiroxina sodica (un analogo sintetico del T4). Il migliore indicatore del successo della terapia è rappresentato dalla risoluzione della sintomatologia clinica e delle alterazioni osservate negli esami del sangue, nonché dalla normalizzazione degli ormoni tiroidei (T4 totale).

Il monitoraggio dei cani ipotiroidei prevede inizialmente controlli ogni 4-8 settimane; successivamente, se il cane ipotiroideo è clinicamente stabile, i controlli sono effettuati ogni 6 mesi.

 

Una volta iniziata la terapia, le condizioni generali del cane migliorano nel giro di un paio di settimane; occorrono invece tempi più lunghi per un miglioramento delle condizioni dermatologiche e neurologiche.

 

La prognosi nella maggior parte dei cani ipotiroidei è buona se la terapia è somministrata correttamente.

La prognosi può essere invece riservata nei cani ipotiroidei non trattati, se la diagnosi è tardiva. I cani non trattati per lungo tempo possono presentare alterazioni importanti con abbattimento, riduzione della temperatura corporea, pressione sistemica e frequenza cardiaca, con mixedema (accumulo di liquidi nel sottocute, soprattutto della testa), fino al coma ed al decesso.

 

E’ importante quindi includere il profilo tiroideo nei check up dei pazienti dai sette anni in su.

IL COLPO DI CALORE: L’IMPORTANZA DELLA TEMPESTIVITA’

IL COLPO DI CALORE: L’IMPORTANZA DELLA TEMPESTIVITA’

Il colpo di calore è un’emergenza acuta e potenzialmente letale caratterizzata da un aumento della temperatura corporea che esita in un danno diretto dei tessuti dell’organismo.

Il disordine si verifica con maggiore frequenza durante l’estate, in genere dopo un esercizio fisico o in seguito al confinamento in un’area chiusa con scarsa ventilazione, come l’interno di un’automobile.

Anche se la sua fisiopatologia è complessa, lo stato fisiologico viene scatenato da alterazioni delle normali funzioni di raffreddamento che esitano nell’ incapacità dell’organismo di dissipare adeguatamente il calore.

Il colpo di calore va preso in considerazione in tutti gli animali che presentano una temperatura corporea interna superiore a 41 °C e un’anamnesi compatibile con un’esposizione ambientale, dopo aver escluso le altre cause di ipertermia. Tuttavia, va evidenziato che alcuni soggetti possono presentare al momento dell’esame una temperatura normale o persino subnormale; ciò si verifica in particolare nelle razze brachicefale (in cui è sufficiente una temperatura inferiore per scatenare il colpo di calore), o se l’animale si trova in un avanzato stato di shock.

Il segno clinico più comune negli animali con colpo di calore è l’eccessivo aumento della frequenza respiratoria, la cavità orale e le mucose sono di solito appiccicose a causa della respirazione affannosa e dell’estrema disidratazione.

Le mucose possono apparire scure o molto cariche per la vasodilatazione sistemica.

I soggetti possono presentare incoordinazione, perdita di coscienza, cecità, crisi convulsive o persino coma.

Gli animali con edema cerebrale possono apparire inizialmente intontiti e progredire verso la comparsa di barcollamento involontario, tremori e ottundimento. Si può avere anche una diminuzione dei riflessi (ad es., pupilla, cornea). Le mucose o gli occhi possono evidenziare un ittero dovuto ad un’imponente distruzione dei globuli rossi o disfunzione epatica.

Negli stadi terminali del colpo di calore, è possibile osservare respirazione superficiale ed apnea da disfunzione neurologica.

Le mucose, i padiglioni auricolari e la vulva possono rivelare ecchimosi, che indicano la possibile presenza di alterazioni della coagulazione.

Di solito è presente un aumento della frequenza cardiaca con polso debole dovuto all’ estrema ipovolemia.

L’animale può presentare diarrea emorragica o feci molto scure e può essere presente un’urina scura, “color Coca Cola”.

I soggetti con colpo di calore, generalmente, si rifiutano di alzarsi o non ci riescono.

 

Esistono alcune patologie che impediscono un’appropriata dissipazione del calore, come la paralisi laringea o le affezioni delle vie aeree superiori, del sistema neurologico o di quello cardiovascolare.

All’ inspirazione si possono osservare forti rumori respiratori, che indicano difetti anatomici sottostanti o malattie delle prime vie aeree.

Lo scopo primario del trattamento degli animali con colpo di calore è diminuire rapidamente la temperatura corporea quanto basta per prevenire l’ulteriore danneggiamento dei tessuti e degli organi vitali, ma non così rapidamente da causare ipotermia ed indurre l’attivazione dei meccanismi di produzione del calore.

Inoltre, il rapido raffreddamento superficiale può determinare una vasocostrizione periferica, che inibisce i meccanismi di raffreddamento e determina la deviazione del sangue caldo verso gli organi interni.

Dopo il raffreddamento, si possono sviluppare delle sequele secondarie al colpo di calore che complicano lo stato dell’animale; è essenziale che quest’ultimo sia condotto immediatamente presso il Veterinario e monitorato.

 

Il colpo di calore è un’emergenza medica; quindi i proprietari devono avviare immediatamente il trattamento compiendo alcuni passi per raffreddare progressivamente l’animale per riportarlo alla normale temperatura corporea.

Il proprietario deve sottoporre l’animale ad una docciatura prima di trasportarlo dal Veterinario.

Uno studio ha dimostrato un tasso di mortalità del 49% per i soggetti che non sono stati raffreddati dai proprietari, contro il 19% di quelli che sono stati raffreddati prima di essere trasportati dal veterinario.

La chiave del successo del trattamento e della guarigione dal colpo di calore è la precocità del riconoscimento e della terapia.

I proprietari devono essere consapevoli dei potenziali sviluppi associati al danno permanente di reni, cuore e fegato. Le vittime del colpo di calore possono mostrare deficit neurologici residui e sono probabilmente predisposte a ripetute lesioni da cause termiche in futuro.

 

Al fine di prevenire il colpo di calore, è necessario comprendere i rischi del confinamento o dell’esercizio fisico in ambienti molto caldi.

Per evitare il colpo di calore da sforzo negli animali da lavoro, bisogna programmare gli allenamenti o le competizioni all’ aperto durante le ore più fresche della giornata, se possibile.

È stato dimostrato nell’ uomo che per un acclimatamento parziale ad un ambiente caldo sono necessari da 7 a 21 giorni. Sembra probabile che un analogo arco di tempo sia richiesto anche per i nostri amici animali; tuttavia, in alcuni casi l’acclimatamento completo può richiedere fino a due mesi. Il non corretto acclimatamento può essere la ragione per cui all’ inizio dell’estate viene segnalato un maggior numero di casi di colpo di calore.

Il colpo di calore può essere facilmente prevenuto se si adottano misure capaci di consentire un corretto acclimatamento, una ventilazione adeguata ed il libero accesso all’ ombra e ad acqua da bere fresca.

Per quanto riguarda l’ambiente in cui soggiorna l’animale, è necessario che sia mantenuto ad una temperatura più fresca possibile.

Come prima cosa è bene ventilare ambiente al mattino presto, quando l’aria esterna è ancora fresca, poi chiudere bene le finestre ed oscurare i vetri con l’avvolgibile o le persiane, se durante la giornata ci batte il sole.
Sarebbe bene lasciare a disposizione delle aree prive di tappeti con le superfici fresche come il marmo, mattonelle di ceramica o monocottura, lastre di metallo, che in caso di superfici di parquet possono essere posate sopra.
Riempire le bottiglie PET con acqua, oppure i blocchi per frigobox e congelarle nel freezer, poi infilarle in un calzino o avvolgerli in un panno di microfibra o spugna e distribuirli nell’ambiente posandoli sul pavimento.

Pochi animali si sdraiano attaccati alle bottiglie, ma il vero scopo è quello di rinfrescare l’aria circostante in quanto quando l’aria calda scioglie il ghiaccio si rinfresca ed, essendo l’aria fresca più pesante, si mantiene in basso facendo salire quella calda in alto.
Se l’ambiente è provvisto di un climatizzatore possiamo mantenere la temperatura ambientale mite, ma mai gelata che potrebbe procurare all’ animale problemi di salute specialmente in caso di bruschi sbalzi termici.
Anche il ventilatore va benissimo, ma deve essere usato solo quando l’animale è vigilato; sia nel caso del ventilatore che del  climatizzatore è necessario assicurarsi che il getto d’aria non colpisca mai direttamente l’animale, ma venga direzionato in alto per rinfrescare o smuovere l’aria.

 

Come nell’ uomo, la prognosi del colpo di calore dipende dalla durata e dalla gravità dell’ipertermia, prima che sia instaurato il trattamento. Inoltre, è condizionata dalla presenza o assenza di eventuali malattie sottostanti.

Il rischio di sviluppo di complicazioni potenzialmente letali è notevole; quindi, nella maggior parte dei casi la prognosi è inizialmente riservata.