Blog : Prevenzione e salute

ANCHE IL TUO CANE E’ UN SUPEREROE!

ANCHE IL TUO CANE E’ UN SUPEREROE!

Anche il tuo cane può salvare delle vite attraverso la donazione di sangue!

Se il tuo cane è

  • di indole docile,
  • in buona salute,
  • sottoposto a periodici controlli veterinari,
  • ha tra i 2 e gli 8 anni di età,
  • pesa 25 Kg o più,
  • è vaccinato
  • viene protetto regolarmente nei confronti di endo ed ecto-parassiti e protetto contro artropodi vettori di agenti infettivi (pulci, zecche, flebotomi, zanzare)

è il candidato ideale per diventare UN CANE DONATORE.

La trasfusione di sangue è una procedura che consente il trasferimento di sangue (o componenti o derivati) da un soggetto donatore sano a un soggetto ricevente.

Grazie all’iniziativa di Confido in Brugherio (MB), associazione nata per volontà di un piccolo gruppo di cittadini brugheresi accomunati dall’amore per gli animali, sta nascendo un progetto per la creazione di un registro che riunisca tutti i Veterinari aderenti e tutti i cani donatori per rendere più semplice la disponibilità delle sacche di sangue in caso di necessità.

 

cane donatore

 

La tempestività in caso di emergenza è di vitale importanza e può cambiare il destino dei nostri amici ed anche i cani donatori ne gioverebbero, avendo così un attento e completo monitoraggio della loro salute e del loro benessere.

E per i più piccoli?

Anche i cani che per la loro taglia o età non possono donare possono sostenere attivamente arruolando i loro amici!!

 

Risultati immagini per dog superhero marvel

 

Info: http://www.confidoinbrugherio.it/attivita.html

UNA SPERANZA PER LA FIP!

UNA SPERANZA PER LA FIP!

UNA SPERANZA PER LA FIP!

Un nuovo articolo, da poco pubblicato sulla rivista internazionale Journal of Feline Medine and Surgery, (Pedersen et al; JFMS 2019; Vol 21: 271-281), con la partecipazione del prof. Niels Pedersen, la più eminente autorità in fatto di FIP, riaccende le speranze per i gatti affetti da questa patologia.

 

COS’è LA FIP?

Fip è l’acronimo di peritonite infettiva felina, un’ infezione causata da un coronavirus felino (FCoV) molto comune negli ambienti ad elevata densità di gatti (allevamenti, gattili… ).

Non tutti i gatti infetti sviluppano la FIP, lo stress (adozione, castrazione, trasferimento, soggiorno in pensione) contribuisce in maniera importante a scatenare la malattia.

La FIP è particolarmente odiosa e drammatica in quanto è molto comune nei gattini con meno di un anno di età; i gattini di razza sembrerebbero essere maggiormente colpiti.

Il virus FCoV sopravvive per circa due mesi nell’ambiente secco, ma è rapidamente inattivato da detergenti e disinfettanti.

L’infezione avviene principalmente tramite materiale fecale, è molto rara la trasmissione del virus tramite saliva o durante la gravidanza.

I gatti iniziano ad eliminare il virus entro una settimana dall’infezione e continuano ad eliminarlo per settimane o mesi, a volte per tutta la vita.

La FIP è causata da varianti del FCoV (mutanti) che si riproducono rapidamente nei macrofagi e nei monociti (cellule del sistema immunitario); la carica virale e la risposta immunitaria del gatto determinano l’eventuale comparsa della FIP.

 

Segni clinici di FCoV vs FIP

La maggior parte dei gatti infettati da FCoV è asintomatica o presenta moderata sintomatologia gastroenterica.

In caso di mutazione, la FIP compare, invece, con febbre altalenante, anoressia, perdita di peso, depressione del sensorio.

La FIP può poi svilupparsi in due forme:

  • FORMA ESSUDATIVA (FIP UMIDA): Con polisierosite (ascite, versamento toracico o pericardico) e vasculite.
  • FORMA NON ESSUDATIVA (FIP SECCA): Caratterizzata da lesioni granulomatose in diversi organi (reni, intestino, linfonodi).

Altri segni clinici possono essere:

  • Oculari: Uveite, precipitati cheratici nella camera anteriore dell’occhio, manicotti periva scolari retinici e corioretinite piogranulomatosa.
  • Neurologici: Atassia, nistagmo, convulsioni, alterazioni comportamentali, deficit dei nervi cranici.

 

 Versamento addominale in FIP “umida”

 

Uveite in FIP “secca”

 

Diagnosi

AD OGGI NON SONO DISPONIBILI TEST DI CONFERMA NON INVASIVI PER LA FIP SECCA.

I reperti di laboratorio, da correlare con la sintomatologia clinica, comprendono linfopenia, anemia non rigenerativa, aumento delle proteine totali del siero, iperglobulinemia al tracciato elettroforetico, riduzione del rapporto albumina/globuline, aumento dei titoli anticorpali anti-FCoV.

Non è più disponibile l’analisi dell’ α-1 glicoproteina acida.

Da solo, un elevato titolo anticorpale anti-FCoV NON HA VALORE DIAGNOSTICO!

 

Il versamento indicativo di FIP “umida” mostra positività al test di Rivalta, elevato livello di proteine, ridotto rapporto albumina/globuline, presenza di neutrofili e macrofagi e positività al test FIP Virus RT-PCR (solo presso laboratori specializzati).

I test RT-PCR per il FCoV su campioni di sangue non sono utilizzabili per la diagnosi, perché non è possibile distinguere i virus mutanti che inducono la FIP dai “normali” FCoV.

Infine la presenza di cellule positive per gli antigeni del FCoV (immunofluorescenza, immunoistochimica su campioni bioptici provenienti da piogranulomi o sedimento cellulare del liquido ascitico) identificate presso laboratori specialistici conferma la FIP.

 

Gestione della malattia

Ad oggi la FIP ha una prognosi infausta, il trattamento di supporto ha l’obiettivo di inibire la risposta immunitaria nociva in genere con corticosteroidi.

 

Negli ambienti domestici in cui è deceduto un gatto con FIP, è consigliabile attendere due mesi prima di introdurre un altro gatto. Gli altri gatti dello stesso ambiente sono probabilmente portatori del FCoV.

 

La FIP è un problema nei gatti che vivono in gruppo (allevamenti e gattili) e viene raramente osservata nei gatti che vivono sia in casa che all’aperto.

È possibile ridurre il rischio di contaminazione mediante un’igiene rigorosa e tenendo i gatti in gruppi piccoli e ben adattati, con lettiere in numero sufficiente e frequentemente pulite o ancora con accesso all’aperto.

I gatti che eliminano il FCoV possono essere identificati mediante lo screening con test RT-PCR quantitativo delle feci, sebbene siano necessari diversi campioni (4 campioni nell’arco di 3 settimane).

 

LA NOVITA’

Il Dr Pedersen ha testato un inibitore della replicazione dell’RNA virale, il GS-441524, che precedentemente aveva dimostrato una efficacia in vitro su culture cellulari infettate con il coronavirus della FIP (FIPV), quindi su gatti sperimentalmente infettati con FIPV ad ora su gatti naturalmente affetti da FIP.

In totale, 31 gatti con una diagnosi di FIP (in forma umida o secca) basata su diversi rilievi di laboratorio, ma non sempre con una diagnosi eziologica definitiva, sono stati trattati con il prodotto sperimentale anti-virale. Di questi, 5 sono stati soppressi nei primi giorni del protocollo a causa di un rapido deterioramento delle condizioni.

I restanti 26 gatti hanno mostrato un rapido miglioramento delle condizioni cliniche con la scomparsa dei principali segni e sintomi dell’infezione.

Di questi 26 gatti, 18 hanno completato il ciclo di trattamento, e non hanno mostrato segni di recidiva al momento della pubblicazione dello studio.

Gli altri 8 hanno avuto recidive, che sono state però controllate con un aumento del dosaggio del farmaco. Un gatto è quindi deceduto per cause non legate alla FIP (insufficienza cardiaca dovuta ad una cardiomiopatia ipertrofica) e uno a causa dello sviluppo di una FIP in forma neurologica, refrattaria al trattamento.

Lo studio ha ovviamente dei limiti (ridotto numero di gatti trattati; diagnosi virale/eziologica non sempre disponibile o identificata, ma basata in molti casi su un insieme di rilievi clinici e di laboratorio; durata del follow-up; ecc.), però rappresenta finalmente una concreta speranza per il trattamento di questa infezione, che miete ogni anno migliaia di vittime nella popolazione felina di tutto il mondo!

 

Per approfondimenti:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/30755068/?fbclid=IwAR2JwzK50LToxdXDe5a4lb5qgekkhPue0Ec4ayv_RoWuyWSjx3D46poHjTg

SCOPRIAMO L’IPOTIROIDISMO

SCOPRIAMO L’IPOTIROIDISMO

Anche i nostri amici a quattro zampe possono soffrire di ipotiroidismo.

L’ipotiroidismo è una patologia caratterizzata da una diminuita funzionalità della ghiandola tiroidea, che porta alla diminuzione dei livelli ematici degli ormoni tiroidei triiodotironina (T3) e tiroxina (T4). Gli ormoni tiroidei sono fondamentali per la regolazione del metabolismo dell’organismo.

L’ipotiroidismo colpisce generalmente cani adulti e anziani, anche se in alcune razze (es. dobermann, golden retriever, labrador retriever) può manifestarsi precocemente. E’ un disturbo che colpisce, invece, molto raramente i gatti.

L’ipotiroidismo può essere acquisito oppure congenito.

L’ipotiroidismo congenito è raro nei nostri animali. Alla visita clinica i cuccioli ipotiroidei sono più piccoli (nanismo) poiché lo sviluppo scheletrico è rallentato, possono apparire più stanchi poiché l’attività mentale è anch’essa rallentata e possono presentare aree prive di pelo.

L’ipotiroidismo acquisito è distinto in primario, secondario e terziario, a seconda della localizzazione del disturbo.

Si parla di ipotiroidismo primario nel caso in cui sia la tiroide ad essere affetta da un processo patologico che ne pregiudica la funzionalità; in questo caso le forme più comuni sono le tiroiditi linfocitarie e le atrofie tiroidee.

Le forme secondarie interessano l’ipofisi (la ghiandola che produce la tireotropina o TSH che stimola la tiroide a produrre gli ormoni tiroidei), caratterizzate da una carenza di TSH e quelle terziarie sono caratterizzare da una carenza di TRH (ormone di rilascio della tireotropina, prodotto dall’ipotalamo).

Le forme secondarie sono state raramente descritte e quelle terziarie non sono mai state descritte nel cane.

 

I segni clinici più frequenti sono ottundimento mentale, letargia, aumento del peso (anche se l’appetito rimane normale o addirittura è ridotto), intolleranza al freddo e riluttanza all’ esercizio fisico.

Circa l’80% dei cani ipotiroidei presenta alterazioni dermatologiche quali alopecia, seborrea, ipercheratosi, iperpigmentazione, otiti recidivanti, dermatiti recidivanti.

Meno frequenti sono i disturbi neurologici (quali paralisi laringea, megaesofago, cambiamenti del comportamento), le alterazioni oculari (quali depositi di colesterolo corneale, lipemia della camera anteriore), i disturbi della riproduzione ed i problemi cardiaci.

La malattia ha una progressione piuttosto lenta e le varie problematiche vengono spesso interpretate come conseguenze del normale processo di invecchiamento fisiologico.

 

Prima di effettuare i test per la valutazione della funzione tiroidea è necessario escludere con certezza patologie non tiroidee ed effettuare un’anamnesi farmacologica molto accurata perché le concentrazioni degli ormoni tiroidei e i livelli di tireotropina sono influenzati da numerosi farmaci.

I primi test da effettuare sono un emocromo completo, un profilo biochimico e un esame delle urine.

I risultati di questi esami possono suggerire, anche se non darne la certezza, la presenza di ipotiroidismo. In genere si riscontrano una lieve anemia, un aumento di grado variabile del colesterolo e dei trigliceridi, aumento dei livelli di fruttosamine (anche con glicemia normale).

Gli ormoni che possono essere quantificati nel sangue sono il T4 totale e libero, il T3 totale, il TSH basale.
La misurazione del T4 totale è altamente sensibile ma relativamente specifica. Pertanto, un risultato normale ci consente di escludere con buona sicurezza l’ipotiroidismo mentre un valore più basso del normale potrebbe osservarsi sia nei cani ipotiroidei che nei cani affetti da malattie diverse. Molte malattie non tiroidee possono infatti ridurre la concentrazione di T4 totale.
La misurazione del T4 libero è altamente sensibile e molto specifica; un risultato normale ci consente, quindi, di escludere con buona sicurezza l’ipotiroidismo ed un valore più basso del normale è più facilmente dovuto all’ipotiroidismo. In altre parole, diversamente dal T4 totale, le malattie non tiroidee non tendono a ridurre la concentrazione di T4 libero. Il T4 libero rappresenta il singolo test più accurato per diagnosticare l’ipotiroidismo nel cane.
La misurazione del T3 totale è poco accurata in quanto si osservano valori fluttuanti anche nei cani sani.
La misurazione del TSH è moderatamente sensibile e molto specifica. Molti cani ipotiroidei possono avere il TSH normale.
Il quadro tipico di un cane affetto da ipotiroidismo (primario) è caratterizzato da valori di T4 totale e libero più bassi del normale e di TSH più elevati.
L’esecuzione di ecografie, scintigrafie e biopsie della tiroide e la misurazione degli anticorpi anti-T3, anti-T4 e anti-tireoglobulina possono essere di ulteriore ausilio diagnostico nei casi più complessi. Questi ultimi test, essendo piuttosto costosi, vengono richiesti soltanto se i risultati degli altri test sono considerati inconcludenti.

Un aspetto che complica l’interpretazione dei risultati è che in alcune razze gli intervalli di riferimento di normalità sono diversi da quelli della popolazione canina generale. In particolare è stato segnalato che alcune razze, come i Levrieri, hanno il TT4 molto più basso delle altre razze, pur essendo assolutamente eutiroidei.

 

La terapia dell’ipotiroidismo prevede la somministrazione orale quotidiana di levotiroxina sodica (un analogo sintetico del T4). Il migliore indicatore del successo della terapia è rappresentato dalla risoluzione della sintomatologia clinica e delle alterazioni osservate negli esami del sangue, nonché dalla normalizzazione degli ormoni tiroidei (T4 totale).

Il monitoraggio dei cani ipotiroidei prevede inizialmente controlli ogni 4-8 settimane; successivamente, se il cane ipotiroideo è clinicamente stabile, i controlli sono effettuati ogni 6 mesi.

 

Una volta iniziata la terapia, le condizioni generali del cane migliorano nel giro di un paio di settimane; occorrono invece tempi più lunghi per un miglioramento delle condizioni dermatologiche e neurologiche.

 

La prognosi nella maggior parte dei cani ipotiroidei è buona se la terapia è somministrata correttamente.

La prognosi può essere invece riservata nei cani ipotiroidei non trattati, se la diagnosi è tardiva. I cani non trattati per lungo tempo possono presentare alterazioni importanti con abbattimento, riduzione della temperatura corporea, pressione sistemica e frequenza cardiaca, con mixedema (accumulo di liquidi nel sottocute, soprattutto della testa), fino al coma ed al decesso.

 

E’ importante quindi includere il profilo tiroideo nei check up dei pazienti dai sette anni in su.

IL COLPO DI CALORE: L’IMPORTANZA DELLA TEMPESTIVITA’

IL COLPO DI CALORE: L’IMPORTANZA DELLA TEMPESTIVITA’

Il colpo di calore è un’emergenza acuta e potenzialmente letale caratterizzata da un aumento della temperatura corporea che esita in un danno diretto dei tessuti dell’organismo.

Il disordine si verifica con maggiore frequenza durante l’estate, in genere dopo un esercizio fisico o in seguito al confinamento in un’area chiusa con scarsa ventilazione, come l’interno di un’automobile.

Anche se la sua fisiopatologia è complessa, lo stato fisiologico viene scatenato da alterazioni delle normali funzioni di raffreddamento che esitano nell’ incapacità dell’organismo di dissipare adeguatamente il calore.

Il colpo di calore va preso in considerazione in tutti gli animali che presentano una temperatura corporea interna superiore a 41 °C e un’anamnesi compatibile con un’esposizione ambientale, dopo aver escluso le altre cause di ipertermia. Tuttavia, va evidenziato che alcuni soggetti possono presentare al momento dell’esame una temperatura normale o persino subnormale; ciò si verifica in particolare nelle razze brachicefale (in cui è sufficiente una temperatura inferiore per scatenare il colpo di calore), o se l’animale si trova in un avanzato stato di shock.

Il segno clinico più comune negli animali con colpo di calore è l’eccessivo aumento della frequenza respiratoria, la cavità orale e le mucose sono di solito appiccicose a causa della respirazione affannosa e dell’estrema disidratazione.

Le mucose possono apparire scure o molto cariche per la vasodilatazione sistemica.

I soggetti possono presentare incoordinazione, perdita di coscienza, cecità, crisi convulsive o persino coma.

Gli animali con edema cerebrale possono apparire inizialmente intontiti e progredire verso la comparsa di barcollamento involontario, tremori e ottundimento. Si può avere anche una diminuzione dei riflessi (ad es., pupilla, cornea). Le mucose o gli occhi possono evidenziare un ittero dovuto ad un’imponente distruzione dei globuli rossi o disfunzione epatica.

Negli stadi terminali del colpo di calore, è possibile osservare respirazione superficiale ed apnea da disfunzione neurologica.

Le mucose, i padiglioni auricolari e la vulva possono rivelare ecchimosi, che indicano la possibile presenza di alterazioni della coagulazione.

Di solito è presente un aumento della frequenza cardiaca con polso debole dovuto all’ estrema ipovolemia.

L’animale può presentare diarrea emorragica o feci molto scure e può essere presente un’urina scura, “color Coca Cola”.

I soggetti con colpo di calore, generalmente, si rifiutano di alzarsi o non ci riescono.

 

Esistono alcune patologie che impediscono un’appropriata dissipazione del calore, come la paralisi laringea o le affezioni delle vie aeree superiori, del sistema neurologico o di quello cardiovascolare.

All’ inspirazione si possono osservare forti rumori respiratori, che indicano difetti anatomici sottostanti o malattie delle prime vie aeree.

Lo scopo primario del trattamento degli animali con colpo di calore è diminuire rapidamente la temperatura corporea quanto basta per prevenire l’ulteriore danneggiamento dei tessuti e degli organi vitali, ma non così rapidamente da causare ipotermia ed indurre l’attivazione dei meccanismi di produzione del calore.

Inoltre, il rapido raffreddamento superficiale può determinare una vasocostrizione periferica, che inibisce i meccanismi di raffreddamento e determina la deviazione del sangue caldo verso gli organi interni.

Dopo il raffreddamento, si possono sviluppare delle sequele secondarie al colpo di calore che complicano lo stato dell’animale; è essenziale che quest’ultimo sia condotto immediatamente presso il Veterinario e monitorato.

 

Il colpo di calore è un’emergenza medica; quindi i proprietari devono avviare immediatamente il trattamento compiendo alcuni passi per raffreddare progressivamente l’animale per riportarlo alla normale temperatura corporea.

Il proprietario deve sottoporre l’animale ad una docciatura prima di trasportarlo dal Veterinario.

Uno studio ha dimostrato un tasso di mortalità del 49% per i soggetti che non sono stati raffreddati dai proprietari, contro il 19% di quelli che sono stati raffreddati prima di essere trasportati dal veterinario.

La chiave del successo del trattamento e della guarigione dal colpo di calore è la precocità del riconoscimento e della terapia.

I proprietari devono essere consapevoli dei potenziali sviluppi associati al danno permanente di reni, cuore e fegato. Le vittime del colpo di calore possono mostrare deficit neurologici residui e sono probabilmente predisposte a ripetute lesioni da cause termiche in futuro.

 

Al fine di prevenire il colpo di calore, è necessario comprendere i rischi del confinamento o dell’esercizio fisico in ambienti molto caldi.

Per evitare il colpo di calore da sforzo negli animali da lavoro, bisogna programmare gli allenamenti o le competizioni all’ aperto durante le ore più fresche della giornata, se possibile.

È stato dimostrato nell’ uomo che per un acclimatamento parziale ad un ambiente caldo sono necessari da 7 a 21 giorni. Sembra probabile che un analogo arco di tempo sia richiesto anche per i nostri amici animali; tuttavia, in alcuni casi l’acclimatamento completo può richiedere fino a due mesi. Il non corretto acclimatamento può essere la ragione per cui all’ inizio dell’estate viene segnalato un maggior numero di casi di colpo di calore.

Il colpo di calore può essere facilmente prevenuto se si adottano misure capaci di consentire un corretto acclimatamento, una ventilazione adeguata ed il libero accesso all’ ombra e ad acqua da bere fresca.

Per quanto riguarda l’ambiente in cui soggiorna l’animale, è necessario che sia mantenuto ad una temperatura più fresca possibile.

Come prima cosa è bene ventilare ambiente al mattino presto, quando l’aria esterna è ancora fresca, poi chiudere bene le finestre ed oscurare i vetri con l’avvolgibile o le persiane, se durante la giornata ci batte il sole.
Sarebbe bene lasciare a disposizione delle aree prive di tappeti con le superfici fresche come il marmo, mattonelle di ceramica o monocottura, lastre di metallo, che in caso di superfici di parquet possono essere posate sopra.
Riempire le bottiglie PET con acqua, oppure i blocchi per frigobox e congelarle nel freezer, poi infilarle in un calzino o avvolgerli in un panno di microfibra o spugna e distribuirli nell’ambiente posandoli sul pavimento.

Pochi animali si sdraiano attaccati alle bottiglie, ma il vero scopo è quello di rinfrescare l’aria circostante in quanto quando l’aria calda scioglie il ghiaccio si rinfresca ed, essendo l’aria fresca più pesante, si mantiene in basso facendo salire quella calda in alto.
Se l’ambiente è provvisto di un climatizzatore possiamo mantenere la temperatura ambientale mite, ma mai gelata che potrebbe procurare all’ animale problemi di salute specialmente in caso di bruschi sbalzi termici.
Anche il ventilatore va benissimo, ma deve essere usato solo quando l’animale è vigilato; sia nel caso del ventilatore che del  climatizzatore è necessario assicurarsi che il getto d’aria non colpisca mai direttamente l’animale, ma venga direzionato in alto per rinfrescare o smuovere l’aria.

 

Come nell’ uomo, la prognosi del colpo di calore dipende dalla durata e dalla gravità dell’ipertermia, prima che sia instaurato il trattamento. Inoltre, è condizionata dalla presenza o assenza di eventuali malattie sottostanti.

Il rischio di sviluppo di complicazioni potenzialmente letali è notevole; quindi, nella maggior parte dei casi la prognosi è inizialmente riservata.

LA PREVENZIONE INIZIA DALLO SPAZZOLINO!

LA PREVENZIONE INIZIA DALLO SPAZZOLINO!

La malattia parodontale (o parodontopatia) colpisce l’80% dei cani ed il 70% dei gatti, già a partire dai 2-3 anni di età.

Viene a colpire il parodonto, ovvero l’insieme delle strutture che sostengono il dente: osso alveolare, legamento periodontale, gengiva e tutti i vasi ed i tessuti associati.

Riconosce due stadi successivi: la gengivite e la parodontite.

La gengivite è uno stato reversibile di infiammazione della sola gengiva, causata dalla presenza dei batteri della placca. La si può prevenire con un’adeguata profilassi dentale che passa anche attraverso la quotidiana pulizia dentale.

La parodontite è lo stadio successivo ed irreversibile, nel quale l’infiammazione arriva a coinvolgere le strutture che sostengono il dente.

Una delle principali cause della parodontopatia è, quindi, l’accumulo di placca.

La placca è un biofilm costituito principalmente da batteri del cavo orale, immersi in una matrice di glicoproteine della saliva. La pulizia quotidiana della cavità orale con spazzolino e dentifricio è in grado di rimuovere completamente la placca.

La mineralizzazione della placca forma il tartaro. Questo processo può avvenire anche già dopo 24-48 h dal deposito della placca, per questo motivo è fondamentale la pulizia quotidiana dei denti per la rimozione della placca. Il tartaro in sé non rappresenta una causa di parodontopatia; tuttavia, favorisce l’ulteriore accumulo di placca. La rimozione del tartaro può essere effettuata solo chirurgicamente, mediante detartrasi.

L’accumulo di batteri all’interno della placca dà il via ad un quadro di infiammazione, che inizialmente coinvolge solo la gengiva. Il perpetuarsi di questa condizione determina poi l’estensione alle strutture di sostegno del dente (osso alveolare, legamento periodontale) con conseguente sviluppo di retrazione gengivale e formazione di tasche gengivali.

Nella fase finale si arriva alla perdita del dente.

La parodontopatia può avere anche dei risvolti sistemici, soprattutto se i batteri riescono ad entrare nella sangue dando luogo a delle batteriemie, con coinvolgimento anche di altri organi, quali cuore, reni e fegato.

La gestione della parodontopatia si basa sia sulla profilassi che sul trattamento.

PROFILASSI

Il più importante ed efficace metodo di prevenzione delle patologie orali consiste nell’igiene orale quotidiana. La spazzolatura meccanica con spazzolino e dentifricio dedicati è l’unico metodo che consente di rimuovere completamente la placca dentaria, permettendo la risoluzione della gengivite.

E’ importante abituare i nostri animali fin da piccoli alla procedura, premiandoli ed associando la pulizia ad un momento di gioco.

La placca può mineralizzare in tartaro già dopo 24 ore, la pulizia andrebbe quindi eseguita almeno una volta al giorno. La pulizia si esegue dopo i pasti, avendo cura di pulire con lo spazzolino tutta la superficie dei denti. Se il soggetto non è tollerante all’uso dello spazzolino, si possono utilizzare, in alternativa, degli specifici fingerbrush. Non si consiglia l’uso di dentifricio umano, a causa della presenza di fluoro.

L’utilizzo di alimenti specifici e stick dentali hanno un beneficio nel mantenere la salute dentale, riducendo la quantità di deposito dentale, ma non sono efficaci quanto la pulizia quotidiana con spazzolino. Quindi, vanno sempre associati alla pratica di spazzolatura giornaliera.

TRATTAMENTO

La pulizia professionale si rende necessaria qualora sia già presente del tartaro, ma anche periodicamente, come coadiuvante della profilassi casalinga. Si esegue quindi l’ ablazione del tartaro presente mediante diverse metodiche. In caso di eccessiva mobilità dei denti, si esegue la loro estrazione.

L’ablazione del tartaro è una procedura che và effettuata in anestesia generale, esiste una pulizia “estetica” ad ultrasuoni, ma non arrivando a livello sottogengivale non protegge dalle cause che determinanano instabilità dentale.

Prima di sottoporre l’animale alla procedura è sempre bene eseguire un check up ematologico ed una valutazione cardiologica.

È da tenere presente che la detartrasi non risolve il problema dell’accumulo di placca. Anche dopo la pulizia professionale, quindi, è assolutamente necessario mantenere l’abituale pulizia quotidiana a casa per contrastare il continuo deposito di placca.

Il diabete nel cane e nel gatto

Il diabete nel cane e nel gatto

Il diabete mellito è una delle patologie endocrine più frequenti in cani e gatti e la sua incidenza è in aumento.

Il diabete è una malattia causata da una carenza relativa o assoluta di insulina.

L’insulina è un ormone prodotto dal pancreas necessario per il trasporto del glucosio nelle cellule in cui viene trasformato in energia o conservato sotto forma di glicogeno.

Il diabete nei cani e nei gatti è generalmente classificato come di tipo 1 e di tipo 2 in base alla classificazione utilizzata nell’uomo, anche se questo potrebbe essere un approccio un po’ troppo semplificato.

Nei cani la forma più frequente è il diabete detto “di tipo 1”. Nel diabete di tipo 1, le cellule beta sono distrutte e quindi i cani diabetici sono in genere insulino-carenti e hanno bisogno di insulina per sopravvivere. Si ritiene che la distruzione sia un processo autoimmune poiché anticorpi contro le cellule beta sono stati trovati in circa il 50% dei cani diabetici di nuova diagnosi.

Il diabete è generalmente presente nei cani di mezza età o anziani ed è più diffuso nelle femmine rispetto ai maschi; sono segnalati casi di diabete anche cuccioli, ed alcune razze (Keeshonden, Golden Retriever, Poodles, Bassotti, Schnauzer) sembrano avere una maggior predisposizione a sviluppare questa patologia.

Nei gatti la forma più frequente è il diabete detto “di tipo 2”. Il diabete di tipo 2 è caratterizzato da 2 fattori: resistenza all’insulina e secrezione anormale di insulina.

Nella resistenza all’insulina i tessuti diventano “meno reattivi” all’effetto dell’insulina. Pertanto, al fine di ottenere lo stesso effetto, le cellule beta hanno bisogno di secernere più insulina per superare questo difetto e, alla fine, questo porta ad un fenomeno di esaurimento. Tuttavia, è stato anche dimostrato che la secrezione di insulina dalle cellule beta è anormale, esacerbando il problema.

I gatti, come gli umani, depositano una proteina chiamata amiloide nelle cellule beta pancreatiche quando diventano diabetici.

Poiché il diabete porta ad alte concentrazioni di glucosio nel sangue, i segni clinici comunemente osservati di diabete sia nei cani che nei gatti sono:

  • Poliuria e polidipsia (maggior produzione di urine e aumento del consumo d’acqua),
  • Polifagia (aumento dell’appetito),
  • Perdita di peso (nonostante l’appetito vorace) o obesità,
  • Debolezza,
  • Cataratta nel cane,
  • Posizione plantigrada (garretto appoggiato a terra) come indicazione di neuropatia nel gatto.

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La diagnosi di diabete mellito sembra essere semplice; con una carenza di insulina, il glucosio ematico aumenta e, quando la sua concentrazione supera la soglia renale per il trasporto del glucosio, il glucosio viene escreto nelle urine.

Quindi, in teoria, la misurazione del glucosio nel sangue e nelle urine dovrebbe consentire di fare una diagnosi corretta.

Questo è vero per la maggior parte dei cani, tuttavia, è noto che i gatti possono mostrare alte concentrazioni di glucosio, non correlate al diabete, quando stressati.

Sono quindi necessari altri strumenti diagnostici per effettuare una diagnosi corretta.

Altri strumenti diagnostici per verificare se un animale ha il diabete e per monitorare un animale diabetico che sta ricevendo un trattamento con insulina sono:

  • Le fruttosamine, ovvero composti che si formano quando il glucosio si lega alle proteine del siero e riflettono i livelli medi di glucosio nel sangue delle ultime 2-3 settimane precedenti l’esecuzione del test.
  • I corpi chetonici sono composti che si formano in animali diabetici mal controllati, cioè insulino-carenti. Sono indice di una maggiore ripartizione del grasso. Alti corpi chetonici e alte concentrazioni di glucosio sono quindi diagnostici per il diabete mellito insulino-carente.

Una volta diagnosticato il diabete è importante verificare che non ci siano altri fattori che possono aver favorito la comparsa dell’ insulino resistenza o della scarsa produzione di insulina come la sindrome di Cushing, una pancreatite o elevati livelli di progesterone dopo il calore (cane).

La terapia del diabete mellito si basa sulla somministrazione di insulina per via sottocutanea.

E’ molto importante utilizzare le siringhe dedicate in base al tipo di insulina utilizzato (da 40 UI/ml versus 100 UI/ml) e ricordare che il dosaggio dell’insulina non è uguale per tutti gli animali diabetici, ma va calibrato sul singolo paziente, poi modificato in base alla risposta valutata tramite curve glicemiche ottenute da misurazioni seriali della glicemia.

Le terapie orali, che si utilizzano nell’uomo, hanno dimostrato scarsa efficacia a fronte di elevate tossicità per cui non sono utilizzabili in medicina veterinaria.

Le diete per animali diabetici sono state studiate per avere una riduzione del tenore di carboidrati e un aumento delle proteine, al fine di poter abbassare la glicemia e di ridurre il peso corporeo per diminuire una delle cause di insulino resistenza (l’obesità).

In ultimo è fondamentale la la cura di eventuali patologie sottostanti.

Il monitoraggio del paziente diabetico è fondamentale per prevenire eventuali complicanze quali:

  • La chetoacidosi diabetica, ovvero una condizione clinica in cui l’accumulo di corpi chetonici, dovuto ad un insufficiente controllo della glicemia, può essere anche letale, se non trattato tempestivamente.
  • Infezioni delle vie urinarie e della cute
  • Cataratta nel cane
  • Neuropatie periferiche.
  • Ipoglicemia, in caso di errori nel dosaggio insulinico.

La prognosi della patologia diabetica è generalmente buona, alle volte è possibile che il paziente non necessiti più della somministrazione di insulina, soprattutto se il diabete era causato da patologie sottostanti e nel frattempo risolte.

Perchè conviene assicurare i nostri amici animali

Perchè conviene assicurare i nostri amici animali

Assicurare il proprio animale è un atto d’amore che ci permette di difendere dagli imprevisti i nostri amici a quattro zampe.

Le malattie di cane e gatto non sono coperte dal Sistema Sanitario Nazionale e le spese per la loro salute possono diventare ingenti, soprattutto in caso di emergenza.

In questi casi un’assicurazione per le spese veterinarie ci può aiutare ad affrontare questi momenti con più serenità.

I nostri beniamini sono imprevedibili ed anche la nostra passeggiata quotidiana potrebbe rivelarsi un vero e proprio incubo se, cedendo all’istinto cacciatore, il nostro fido dovesse scagliarsi contro altri animali o persone.

Una polizza specifica ci può essere d’aiuto in caso di risarcimento a cose e persone, compresi gli infortuni che potrebbero coinvolgere anche altri padroni.

Per i cani particolarmente impegnativi sono stati pensati corsi formativi i cui contenuti sono focalizzati essenzialmente sulle responsabilità del proprietario verso il cane e verso il resto della società. Un focus specifico sottolinea l’importanza della comunicazione tra uomo ed animale domestico e sui campanelli d’allarme rispetto ai comportamenti aggressivi.

Questi corsi permettono il conseguimento di un “patentino” necessario per la stipula di molte assicurazioni.

Per i cani e gatti “viaggiatori”, che ci accompagnano in giro per il mondo, ci sono polizze ad hoc che tengono conto delle indicazioni stabilite dalle diverse compagnie.

Da considerare, infine, che alcune assicurazioni “capofamiglia” mettono al riparo l’intera famiglia, compresi i membri pelosi, da qualsiasi tipo di incidente.

Dopo aver preso la decisione di assicurare il nostro animale si presenta la questione di quale polizza scegliere; il consiglio, in definitiva, è sempre quello di confrontare più preventivi che diano l’idea della spesa finale e di quali garanzie si avranno.

I nostri pets ci dimostrano ogni giorno amore e fedeltà e per questo si meritano tutta la protezione che possiamo dare loro.

Come prevenire l’OSTRUZIONE URETRALE DEL GATTO

Come prevenire l’OSTRUZIONE URETRALE DEL GATTO

L’ostruzione urinaria del gatto è una emergenza che può rapidamente rivelarsi fatale.

Le cause di questa sindrome non sono ancora del tutto chiarite e si pensa possa essere dovuta a diversi fattori.

Questa patologia colpisce prevalentemente i gatti maschi, la loro uretra è infatti molto più stretta e lunga rispetto a quella delle femmine, di età media, sovrappeso, che fanno poco esercizio fisico e utilizzano la lettiera.
Situazioni particolarmente stressanti per il gatto (introduzione nuovo animale o componente familiare, cambio di casa, lettiera sporca e condivisa con altri gatti, ciotole condivise, ambienti ristretti e poco stimolanti) sono anch’esse importanti concause predisponenti allo sviluppo della patologia.

I sintomi iniziali possono essere urinazione in luoghi diversi dai consueti, presenza di sangue nelle urine, leccamento dei genitali, atteggiamento di difficoltà nell’urinare, lamenti e nervosismo del proprio animale. Nelle fasi più avanzate possono comparire vomito, anoressia e debolezza; quando appaiano questi sintomi il gatto deve essere subito portato in pronto soccorso. A prescindere da quale sia la causa sottostante l’esito è quello della formazione di un “tappo”, che può essere di natura minerale (calcoli), proteica o ematica (coagulo) che impedisce la fuoriuscita dell’urina e quindi lo svuotamento della vescica.

La conseguenza rapida di ciò è il riempimento continuo della vescica e la sua abnorme dilatazione. Questo, in tempi purtroppo abbastanza rapidi, può esitare in sofferenza renale fino a vera e propria insufficienza con squilibri ematologici (ad esempio di potassio, urea e creatinina) ed interessamento di altri organi (cuore, encefalo, apparato gastro-enterico). Nei casi più drammatici si può assistere alla rottura della vescica con versamento di urina in addome, grave peritonite e stato di shock. Il medico di pronto soccorso valuterà lo stato clinico del paziente e provvederà ad effettuare un prelievo di sangue per valutare i valori di funzionalità renale e gli elettroliti come il potassio (che potrebbe, se troppo alto, portare a sofferenza cardiaca). Una delle priorità è provvedere a svuotare la vescica cercando di rimuovere l’ostruzione a livello dell’uretra.

Questa manovra può non risultare semplice, sia per le dimensioni del pene e a seconda della posizione del “tappo”, perciò spesso è necessario ricorrere alla sedazione se non all’anestesia del paziente. La diagnostica per immagini (radiologia ed ecografia) è di grande ausilio per comprendere la causa che ha portato all’ostruzione.

Una volta disostruito, il gatto viene tenuto in osservazione per un periodo di almeno 24 ore, durante le quali si monitorizza la produzione urinaria e i valori di funzionalità renale. L’esame delle urine è fondamentale per comprendere la causa scatenante. Se l’urinazione si normalizza e gli esami sono a posto, dopo 48-72 h il gatto può venire dimesso. La terapia casalinga consiste in una dieta medicata e terapia farmacologica studiata caso per caso alla luce dell’esito degli esami di laboratorio sul sangue e sulle urine. Purtroppo questa malattia può avere delle ricadute nonostante il successo della terapia medica.

Come prevenire l’ostruzione uretrale?

Come abbiamo detto lo stress è uno dei fattori predisponenti più importanti. Comprendere cosa è stressante per un gatto è molto difficile. Sappiamo che non amano condividere uno spazio ristretto con molti altri animali e che non sopportano lettiere sporche e condivise, così come pure le ciotole condivise. E molto importante che abbiano a disposizione acqua fresca e possibilmente in movimento. Esistono in commercio delle fontanelle che i gatti amano molto.

L’alimentazione è importantissima in quanto può alterare il pH delle urine favorendo la formazione di cristalli o calcoli e infezioni batteriche.

Fare controlli frequenti delle urine può essere un modo di scoprire in tempo una cistite mentre un’ecografia del tratto urinario può dare informazioni su possibili alterazioni anatomiche o patologiche della vescica stessa.

Nei casi piu gravi si ricorre all’intervento chirurgico, l’uretrostomia, che aiuta a ridurre il rischio di possibili recidive. Purtroppo l’intervento chirurgico può in alcuni casi predisporre a sua volta a infezioni e infiammazioni e quindi la sua necessità viene attentamente valutata di caso in caso.

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Cristalli di fosfato ammonio magnesiaco (struvite).

La Thelaziosi oculare

La Thelaziosi oculare

Questa settimana abbiamo diagnosticato, nel corso della visita clinica, un caso di thelaziosi oculare, una parassitosi dell’occhio.

Thelazia callipaeda (Spirurida, Thelaziidae) è un nematode molto comune in Cina e in altri Paesi dell’Est asiatico, nei quali è responsabile di infestazioni oculari in alcuni carnivori e nell’uomo. Negli ultimi quindici anni T. callipaeda è stata segnalata nel Nord (Piemonte e Lombardia) e nel Sud (Basilicata) dell’Italia nel cane, nel gatto e nella volpe.

I nematodi adulti presentano colore bianco e una lunghezza che può andare sai 7 ai 19 mm; vivono negli annessi oculari degli animali (al di sotto delle palpebre e della nittitante -la cosìdetta terza palpebra-, nelle ghiandole e nei dotti lacrimali) causando epifora, congiuntivite, scolo oculare, chemosi e, nei casi più gravi, ulcere corneali.

Thelazia

 

Le femmine producono nell’occhio dell’animale un gran numero di larve di primo stadio (L1) che vengono rilasciate nelle secrezioni lacrimali dell’ospite per poi essere ingerite da ditteri lambitori che di esse si alimentano.

Gli ospiti intermedi di T. callipaeda sono ancora poco noti sebbene sia ipotizzato il coinvolgimento di Musca domestica (famiglia Muscidae) e, sperimentalmente, di Amiota variegata (famiglia Drosophilidae). All’interno del vettore le larve L1 vanno incontro ad ulteriori fasi di sviluppo e mutano in larve di terzo stadio (L3), infettanti, che abbandonano l’insetto quando esso si alimenta sulle secrezioni oculari dell’animale.

Dove esiste un maggior rischio di contrarre il parassita (animali che vivono all’ aperto, in ambienti ricchi di vegetazione) è consigliabile effettuare una profilassi farmacologica mediante farmaci ad azione repellente oppure una singola inoculazione sottocutanea di moxidectina a rilascio prolungato.

Da:  Kozlov DP: The Life Cycle of Nematode, Thelazia callipaeda Parasitic in the Eye of the Man and Carnivores.

La leptospirosi

La leptospirosi

Dati i recenti nuovi casi a Milano eccoci a parlarVi della leptospirosi, una malattia grave, sovente fatale, che può colpire il cane e l’uomo.

Eziologia ed epidemiologia

I cani possono infettarsi bevendo acqua contaminata da urina di animali malati da pozzanghere, scoli o fontanelle, in giardini pubblici o nei campi; l’elevata presenza di roditori anche in città attratti da resti di cibo e spazzatura, tanto nelle strade quanto nei parchi pubblici, può rendere pericolose le pozzanghere che si formano sia sull’asfalto sia sulla terra (prati, aiuole e sterrati).

Anche le ciotole con resti di cibo lasciate in giardino possono raccogliere urina infetta di roditori che si sono avvicinati attratti dall’odore dell’alimento.

E’ dimostrato che i cani di sesso maschile sono maggiormente a rischio per l’abitudine di fiutare le “marcature” delle urine di altri cani ed altri animali.

La leptospirosi, una malattia zoonosica di importanza mondiale, è causata dall’infezione da parte di serovar antigenicamente distinte delle specie parassitarie di Leptospira.

Sulla base dell’analisi genetica, Leptospira interrogans sensu lato comprende come minimo 8 specie. Per quelle serovar di importanza patogena, la specie L. kirschneri contiene la serovar grippotyphosa, mentre la specie L. interrogans sensu stricto contiene le serovar hardjo, bataviae, canicola, pomona, icterohaemorrhagiae, autumnalis e bratislava.

Le serovar sono mantenute in natura da numerosi ospiti-serbatoio rappresentati da animali selvatici e domestici con infezione subclinica che fungono da potenziali fonti di infezione e malattia per l’uomo e per altri ospiti animali incidentali.

Grazie alla vaccinazione, la prevalenza della malattia causata da L. canicola ed L. icterohaemorrhagiae è diminuita, mentre vanno aumentando le prove del fatto che le altre serovar presentano una prevalenza crescente dal punto di vista della capacità di determinare la malattia. L’avanzare dei cani domestici nell’ambiente degli ospiti serbatoio selvatici in ambito rurale o suburbano è un altro fattore che accresce la prevalenza.

Sin dall’avvento degli antibiotici e dei vaccini antileptospirosi, la malattia classica è diventata meno comune e grave.

Nell’ultimo ventennio, si è osservato un aumento delle segnalazioni di leptospirosi nel cane causate da ceppi diversi da quelli utilizzati nei vecchi vaccini e la sindrome clinica è caratterizzata più da un’insorgenza insidiosa di una disfunzione epatica o renale cronica.

Le leptospire sono potenzialmente in grado di diffondere direttamente fra gli ospiti a stretto contatto attraverso l’urina, le vie veneree, i morsi o l’ingestione di tessuti infetti. La trasmissione indiretta comporta l’esposizione di animali suscettibili a terreno, cibo o lettiere contaminati. Il contatto idrico è il mezzo più prevalente di diffusione e gli ambienti con acqua calda stagnante e pH alcalino favoriscono la sopravvivenza delle leptospire.

Le temperature ambientali comprese fra 0 e 25°C mantengono il microrganismo, mentre il congelamento ne diminuisce la sopravvivenza.

Segni clinici

I segni clinici dipendono dall’immunità dell’ospite e dalla virulenza, nonché dalla quantità di serovar alla quale sono stati esposti.

Gli animali giovani sono colpiti più gravemente. Si nota l’insorgenza acuta di innalzamento della temperatura rettale, rigidità e disagio. In seguito possono comparire vomito, disidratazione e shock. Sono anche stati notati difetti della coagulazione.

Nei casi subacuti si possono riscontrare anoressia, disidratazione e sete. Si possono osservare riluttanza a muoversi e segni respiratori di congiuntivite, rinite e tonsillite. Negli animali con infezione più cronica, il deterioramento progressivo della funzione renale si può manifestare con perdita di peso, poliuria e polidipsia, anoressia e vomito.

I segni della disfunzione epatica acuta o cronica comprendono anche l’ittero da necrosi acuta o fibrosi cronica. Si possono anche osservare manifestazioni palesi di insufficienza epatica come inappetenza, perdita di peso, ascite, ittero o encefalopatia epatica. Le alterazioni cliniche nel gatto sono spesso lievi o inapparenti, nonostante la prova istologica di un processo infiammatorio cronico a carico dei tessuti renali ed epatici.

Itero

Ittero da infezione da Leptospirosi

Trattamento

Il trattamento prevede una terapia antibiotica mirata e spesso il ricovero in fleboclisi del soggetto.

Prevenzione

La prevenzione della leptospirosi comporta l’eliminazione dello stato di portatore renale negli animali infetti. Ciò può evitare il rischio di infezione nell’uomo; tuttavia, non fa nulla per eliminare la contaminazione dell’acqua da parte dei serbatoi selvatici. Impedire che cani e gatti incontrino i serbatoi selvatici può contribuire a ridurre il rischio di contatto, ma la maggior parte delle infezioni viene contratta perché gli animali bevono l’acqua o vi si immergono piuttosto che attraverso una diffusione urinaria diretta.

Da molti anni sono disponibili dei vaccini bivalenti che offrono protezione nei confronti di L. canicola ed L. icterohaemorrhagiae. Non conferiscono una protezione crociata contro le serovar responsabili della maggior parte delle recenti infezioni nel cane. I vaccini recenti contengono le serovar grippotyphosa e pomona, come prodotti quadrivalenti insieme agli altri due agenti.

In quanto prodotti batterici inattivati, i vaccini anti-leptospirosi hanno sempre avuto la tendenza a causare reazioni allergiche, specialmente quando sono stati combinati con altri agenti adiuvanti. Molti produttori hanno migliorato e purificato i loro vaccini antileptospirosi fino a ricombinarli con altri antigeni.

Rischi per la salute pubblica

La maggior parte delle infezioni da leptospirosi nella popolazione umana si riscontra fra coloro che sono impegnati in attività a contatto con l’acqua, sia sul lavoro che nel tempo libero. L’urina può causare una malattia quando viene a contatto delle superfici mucose o con una rottura della barriera dell’epidermide. Per pulire i canili e quando si lavano aree contaminate da urina bisogna sempre indossare dei guanti. Per coloro che svolgono trattamenti nebulizzanti negli ambienti utilizzati come ricovero per gli animali sono essenziali le maschere facciali e gli occhiali. Per ridurre le probabilità di una trasmissione involontaria, si possono spruzzare dei disinfettanti sulla superficie delle aree da trattare prima di generare areosol.

 

Da  Craig E. Greene “Leptospirosi nel cane: problema emergente o in aumento?”